Blog di Enrico Sestini

.. al navigatore errante ..

… sarebbe meglio leggere i blog dal piu’ vecchio verso il piu’ recente,

e non autorizzo nessuno a riprodurre i miei scritti senza mia approvazione …

A proposito di derivati: la miccia e’ ancora accesa!

Nel mondo esisteva l’oro, la cellulosa, i pigmenti. Ma non il denaro. Il denaro e’ un concetto, un meccanismo mentale che noi utilizziamo per misurare altri concetti: la ricchezza, i debiti, la felicita’ (per chi e’ felice quando possiede tanto denaro) o l’ansia (per chi e’ ansioso quando deve ripagare un debito). Tutti concetti relativi, dato che c’e’ chi resta infelice diventando ricco, e chi e’ felice quando ha tanti debiti. Saranno ansiosi alcuni suoi creditori, probabilmente…

Nel tempo l’umanita’ ha utilizzato molte forme di denaro: le conchiglie, l’ambra, il sale, l’oro. Poi si e’ evoluta ed ha creato le banconote, ovvero una forma astratta e standard di denaro; le lettere di credito e gli assegni per trasferire in modo non fisico il denaro; i conti correnti ed i conti titoli per contenere il tutto in modo immateriale; i derivati per scommettere sull’andamento di una qualsiasi forma di ricchezza. Si e’ arrivati alla creazione di denaro in maniera non fisica, come quando si va in banca e si ottiene un prestito. Addirittura l’umanita’ oggi accetta il denaro creato da un signor nessuno, di cui in pochi conoscono l’identita’: parliamo dell’ultima invenzione, il bitcoin.

Tutto cio’ non e’ un problema. Finche’ funziona. Finche’ favorisce il progresso e l’evoluzione. Se invece diventa un elemento destabilizzante del sistema, allora si crea un problema. Quando all’universita’ studiavo economia i derivati non erano un problema, erano solo uno strumento per anticipare gli effetti di un cambiamento in un mercato, o un modo per controbilanciare un rischio economico: tutte cose accettabili o positive. Sette anni fa invece i derivati sono stati la miccia che ha provocato la piu’ grande recessione economica di tutta la storia dell’umanita’.

Perche’ i derivati sono un problema? Per la loro dimensione, e per la loro allocazione. Per capire i derivati basta infatti una tabella che descriva la loro dimensione ed una immagine che descriva la loro allocazione. Ecco la tabella: misura la dimensione delle forme di denaro piu’ in voga ultimamente:

Oro 7,8
M1 5 (monete e banconote fisiche)
M1+M2 28,6 (comprende anche i depositi a vista)
M1+M2+M3 80,9 (comprende anche i depositi a tempo)
Mercati azionari 70
PIL mondiale 71
Debiti mondiali 199
Derivati 620 – 1.200

Migliaia di miliardi di dollari (trillions). Fonte : All the Money Project

Come si vede, i derivati hanno una dimensione mostruosa rispetto a tutto il resto; e nessuno riesce a misurarli accuratamente, visto che le contrattazioni avvengono su molti mercati non regolamentati.

La dimensione del mercato dei derivati da sola non e’ il problema: se ciascuno di due soggetti scommette un miliardo che il prezzo dei grano a luglio sara’ minore o uguale a 1, e contemporaneamente ciascuno scommette che sara’ maggiore di 1, il risultato e’ che il mercato dei derivati vale 2 miliardi (una cifra enorme) ma a luglio le due scommesse tra di loro si annullano, e ciascuno dei due soggetti guadagna un miliardo nei confronti dell’altro, e contemporaneamente perde un miliardo nei confronti dell’altro: a luglio ciascuno dei due soggetti continua ad essere ricco (o povero) allo stesso modo, ed il mercato dei derivati torna a zero. Questa e’ la tesi di chi afferma che il mercato dei derivati non rappresenti un problema, dato che contiene tutte le scommesse tra tutti gli operatori, dove uno perde e l’altro vince: quindi il saldo del mercato e’ sempre zero. No problem.

Ma se al posto di due soggetti ne mettiamo tanti la questione si complica, perche’ il saldo e’ zero, ma l’allocazione no: c’e’ chi alla fine vince e deve ricevere delle somme, e chi alla fine perde e deve pagare delle somme. Anche grosse. A volte enormi, come nel caso del Monte dei Paschi di Siena e la banca giapponese Nomura per il derivato Alexandria: 850 milioni di euro, una perdita che da sola rappresenta un quarto del valore attuale in borsa della banca piu’ vecchia del mondo.

La dimensione reale del mercato dei derivati non e’ certa, e la sua allocazione lo e’ ancora di meno. Il sospetto che l’allocazione non sia uniforme e’ forte: ovvero il sospetto che nel mercato ci siano soggetti in forte guadagno e soggetti in forte perdita, ad un livello tale da farli fallire e provocare fallimenti a catena incontrollabili, facendo implodere l’intero tessuto economico. Successe nel 2008 con Lehman Brothers. Ed oggi molti soggetti qualificati sono certi che il mercato dei derivati sia ancora piu’ grosso rispetto al 2008, ed anche peggio allocato.

nave_containerQuindi, il mercato dei derivati assomiglia molto a questa enorme nave container, che per evitare il naufragio avrebbe dovuto tornare in porto nel 2008 per scaricare lentamente, uno ad uno i container, cercando di evitare di affondare nell’operazione. Ovvero smontare lentamente e progressivamente i derivati evitando i fallimenti a catena degli operatori.

Ed invece continua a navigare ancora piu’ carica di container, e sempre piu’ sbilanciata. In un oceano che aspetta solo la prossima tempesta.

La miccia e’ ancora’ li, accesa, e sta continuando a bruciare…

La Genesi

Il primo giorno Dio creo’ l’uomo, la donna e varie altre amenita’, tra cui la terra, l’aria per respirare, il cibo per mangiare, l’oro, la cellulosa con cui stampare le banconote, i pigmenti per colorarle, il metallo per le rotative ed il silicio per i computer.

Il giorno dopo l’uomo e la donna si misero in moto; pensarono lo stato, le imprese, la banca centrale, le banche commerciali ed i ruoli : il cittadino, il politico, l’imprenditore, il banchiere di banca centrale, il banchiere di banca commerciale. Quindi sparpagliarono l’oro da far raccogliere ai cittadini, costruirono le rotative e stamparono le banconote da scambiare con l’oro raccolto dai cittadini.

Il terzo giorno tutto era pronto : la donna procreo’, i ruoli furono assegnati e tutti i cittadini iniziarono a lavorare, i politici iniziarono ad investire in spesa pubblica emettendo titoli di stato e facendosi prestare denaro dalla banca centrale, le banche commerciali iniziarono a raccogliere i depositi e a prestare denaro. Il tutto creava profitti, perdite, crediti, debiti tra i vari cittadini, le imprese, lo stato,  la banca centrale e le banche commerciali; a fine giornata i saldi venivano obbligatoriamente depositati in banca centrale.

Per un po’ di tempo tutto funziono’ alla grande: lo stato investiva, i cittadini lavoravano, si creavano palazzi, automobili, telefonini; si andava in vacanza, si andava in pizzeria e poi al cinema, e si mandavano i figli a scuola. Insomma, si creava ricchezza e la si spendeva, la si rispamiava, o la si investiva. L’offerta di moneta aumentava in modo proporzionale per permettere al sistema di funzionare, come aumenta in modo naturale il sangue in un corpo per permettere la circolazione dei nutrienti e quindi il funzionamento equilibrato del corpo stesso.

Poi, un brutto giorno, tutto deraglio’ : la donna convinse l’uomo a morsicare la mela, ed entrambi furono buttarti fuori dal paradiso.

Da quel momento la donna procreo’ con dolore. E l’uomo svincolo’ l’emissione di moneta della banca centrale dalla quantità di oro posseduto, proibi’ ai politici di indebitare lo stato con la banca centrale (illimitatamente, a costo zero) pregandoli di rivolgersi alle banche commerciali (nel limite del merito bancario attribuito allo stato, e pagando interessi), privatizzo’ le banche commerciali e permise loro di prestare denaro che esse stesse creavano attraverso una semplice scrittura contabile nel computer: credito verso caio (o tizio o sempronio) a conto corrente di caio (o tizio o sempronio). Con l’unico vincolo di prestare denaro non piu’ di 10 volte il patrimonio (l’uomo chiamo’ questo vincolo tier, poi lo incasino’ un po’ ed inizio’ a chiamarlo tier 1, tier 2, tier 3, e di tanto in tanto cambio’ la regola e la percentuale richiesta) e di prestare denaro non piu’ di 50 volte le riserve vincolate in banca centrale (l’uomo chiamo’ questo vincolo riserva obbligatoria, e di tanto in tanto cambiò la regola e la percentuale richiesta). Presto l’offerta di moneta creata dal nulla dalle banche commerciali divento’ nove volte la base monetaria creata dalla banca centrale, per inciso ora anch’essa creata dal nulla.

Il tutto non sembrava tanto male, a parte per la donna, che di male ne provava molto quando procreava. Forse. O forse no. Perche’ ora non era piu’ l’economia che creava il denaro, ma era il denaro che creava l’economia. E non c’era piu’ relazione diretta tra denaro ed economia: era come se un medico ora potesse decidere a piacimento di fare una trasfusione di due litri di sangue in un corpo per ravvivarlo, oppure potesse decidere un salasso di due litri di sangue per debilitarlo. Ora si potevano creare a piacimento espansioni economiche o recessioni, provocare inflazione o calmierare i prezzi, generare bolle speculative, o arricchire stati impoverendone altri, o arricchire banchieri impoverendo cittadini. Chi comandava decideva in funzione delle proprie idee, sensazioni, desideri, convenienze, ideologie. Ora il denaro non aveva più alcun valore reale. Non che ne avesse molto in passato, perche’ e’ corretto dire che ‘anche un chilo d’oro, o una banconota da 500 euro, o un ettaro di terra valgono meno di un bicchiere d’acqua se sei nel deserto e stai morendo di sete’. Ma di certo ora la situazione era molto peggiore, visto che anche a casa, in una situazione di assoluta normalita’, nessuno era piu’ in grado di dire quanto valesse una banconota da 500 euro: dipendeva da quanto denaro avevano creato le banche commerciali dal nulla quel giorno, dipendeva da quanta base monetaria aveva creato la banca centrale dal nulla quella notte, dipendeva da quanto cresceva o stagnava l’economia, dipendeva soprattutto dalle aspettative della gente circa l’andamento futuro dell’economia. Ed infatti, su quella banconota da 500 euro non c’era piu’ scritto che rappresentava un credito verso lo stato, o che valeva una certa quantità di oro. Non c’era scritto nulla perche’ era meglio che scrivere ‘Non so, prova a scambiarla con qualche cos’altro e vedi se ci riesci’.

Tutti insomma vivevano in un sogno, aleggiavano nel vuoto, galleggiavano sopra le nuvole. E potevano farlo perche’ non se ne rendevano conto. Perche’ se si svegliavano tutti insieme e capivano la reale situazione, presi dal panico correvano tutti insieme in banca e chiedevano di ritirare il saldo del proprio conto corrente per scambiarlo con qualche cos’altro, e non ci riuscivano. E da quel giorno progressivamente il sistema crollava perche’ nessuno poteva ritirare i propri risparmi, nessuno si fidava piu’ del valore delle banconote, e nessuno pagava piu’: funzionava solo lo scambio. Quindi l’economia si inceppava, i dipendenti perdevano il posto di lavoro, le centrali elettriche si spegnevano, i camion ed i treni non portavano più il cibo e gli acquedotti non portavano piu’ acqua ai rubinetti. Nel tempo a milioni morivano di sete o di fame, sopravviveva solo chi era vicino ad una sorgente d’acqua, chi aveva terra e sapeva coltivare, chi aveva bestiame e sapeva allevarlo, e chi aveva una pistola per andare dai primi tre per ammazzarli e rubargli l’acqua ed il cibo.

E i sopravvissuti vivevano o si ammazzavano finche’ a forza di ammazzarsi non rimanevano in pochi, ed esausti deponevano le armi e dicevano : ok, ora tu fai il cittadino, tu fai l’imprenditore, tu fai il politico, tu fai il banchiere di banca centrale, tu fai il banchiere di banca commerciale. Riproviamoci, ma questa volta facciamolo un po’ meglio.

Chieti, l’Europa e la spesa pubblica produttiva

Quando vado a Chieti, una cittadina di 50.000 abitanti nel centro Italia, vedo sempre la stessa cosa: un centro storico in grande sofferenza. E mi domando: ma non c’e’ alternativa?

Di per se’ la cittadina e’ interessante, con un bel centro storico arroccato su una collina, tanta acqua che porto’ gli antichi romani a svilupparla e a costruirci templi, anfiteatri, terme ancor oggi visibili; una bella vista sulla Maiella ed il Gran Sasso ed un clima salubre, fresco d’estate e mite d’inverno. Nella piana sottostante si e’ sviluppato una grande zona industriale con tutti i servizi necessari; ha vicino un aeroporto internazionale dal quale si arriva in centro storico in mezz’ora, al costo astronomico di 1 euro e 20 centesimi, con corse ogni 20 minuti: comodissimo.

Eppure il centro storico soffre. Lo si vede da due cose: il costo degli immobili, basso, con difficoltà anche ad affittare. E la complessità nel muoversi in macchina, dato il basso numero di parcheggi rispetto alla popolazione. Parcheggiare in centro storico e’ un’arte, non una tecnica; ed e’ un problema, dato che le poche auto non tamponate o rigate subiscono immediatamente un trattamento (poco) sanitario obbligatorio. Il commercio in centro storico soffre, per fare la spesa si fa fatica e si paga una fortuna in negozietti che devono in qualche modo sopravvivere con pochi clienti. Per fare la spesa in un centro commerciale bisogna prendere la macchina, e si torna al punto precedente. Le attività amministrative si stanno spostando progressivamente a Pescara, che dista 15 chilometri e risucchia la piccola provincia periferica. E’ chiaro, se sei vecchio ti adatti ed aspetti il tuo momento, se sei giovane e ti devi fare una famiglia ci pensi due volte prima di andare a vivere nel centro storico.

Dal terrazzino penso questo, e guardo il tramonto: sullo sfondo il Gran Sasso incendiato di rosso, davanti a me le luci che si accendono nella piana del Pescara, a destra la cattedrale di San Giustino, illuminata e scintillante, sotto di me la strada che delimita il centro storico, ed un enorme spazio vuoto lastricato e delimitato da pini marittimi dove arriva la scala mobile dal sottostante piccolo parcheggio. Che colpo d’occhio! E incomincio ad immaginare. Immagino questo spazio vuoto trasformato come la zona dei Navigli a Milano, pieno zeppo di gente che passeggia sotto il terrazzino, in un’area pedonale immensa che occupa l’intero centro storico, con tavolini ben ordinati dappertutto, con camerieri che corrono da un tavolino all’altro, e dove migliaia di persone si godono lo spettacolo che io sto guardando. Immagino una cittadina che e’ diventata luogo di soggiorno per tanti anziani di tutto il mondo, per artisti, per artigiani, per giovani che studiano nella vicina università. Immagino parcheggi per 10.000 posti macchina costruiti a gradoni sul fianco della collina e nascosti con piante e vegetazione, posti immediatamente al lati del centro storico e collegati ad esso attraverso ascensori o scale mobili che ti portano comodamente dalla macchina al piano città. Immagino tanta attività culturale che attrae gente ogni giorno, e comodamente, da tutto il circondario.

E mi domando: potrebbe avere senso? Certo, occorrerebbe molto coraggio: il coraggio di cambiare il modo di vivere di un’intera cittadinanza. Il coraggio di scommettere in un modello di sviluppo alternativo. Il coraggio di non lasciar morire un centro storico sostenendo che e’ inevitabile. Ma a parte il coraggio, l’idea potrebbe avere senso, tanto e’ vero che alcuni tentativi li hanno già fatti, anche se alcuni parcheggi sono esteticamente agghiaccianti ed alcuni tentativi di ascensori semplicemente non funzionano. Quanto costa costruire parcheggi ben mimetizzati nel verde e collegati con tanti ascensori o scale mobili al piano stradale? 100 milioni di euro forse? Sfruttando le economie di scala di un progetto globale ed una buona gestione, l’investimento sicuramente rientrerebbe vendendo a 10 mila euro i posti macchina a 5.000 abitanti, ed affittando gli altri 5.000 posti a 80 centesimi all’ora o 3 euro al giorno per 20 anni. Fattibile. Ed anche senza un ritorno immediato dell’investimento, andrebbe considerata la ricaduta sull’economia della città: ristrutturazioni di immobili, molte nuove attività commerciali, tanti lavoratori, nuovi residenti: un aumento delle imposte percepite molto consistente. Ha senso. Oltre al significato emblematico di indicare una possibile via di sviluppo al Centro ed al Sud Italia senza tirare in ballo i soliti fantomatici e impresentabili investimenti pubblici o i soliti sussidi allo sviluppo che non danno alcun ritorno economico.

Ma 100 milioni di euro non si trovano facilmente…. Beh non e’ detto. Se e’ vero che spendiamo il 70% dei fondi comunitari e non di più, e se facciamo fatica a presentare in sede comunitaria idee da finanziare che abbiano un senso economico, sociale e strategico, io un progetto del genere lo presenterei. E se fossi un funzionario europeo io una mattina prenderei l’aereo per Pescara, arriverei in mezz’ora in centro a Chieti al costo di 1 euro e 20, e darei un’occhiata in giro. E proverei ad immaginare una città non piena di macchine e di rumore come oggi, ma di persone da tutto il mondo Leggi il seguito di questo post »

Expo 2015, specchio degli italiani

La mia impressione su Expo e’ sempre stata la stessa sin dall’inizio, cinque anni fa: sembra una buffonata. Nel tempo tutto e’ andato in quella direzione in modo costante, lineare. Sembrava quasi che Expo riuscisse a catalizzare intorno a se il peggio dell’Italia, sino a diventare un emblema ed un esempio della crisi profonda di valori, comportamenti e azioni di noi italiani.

Expo come specchio degli italiani, Expo come esempio del perche’ questo paese va sempre peggio. Expo come favola per raccontare ai bambini cosa e’ buono e cosa e’ cattivo, cosa e’ giusto e cosa e’ sbagliato.

Come nacque l’idea di Expo? Nel mezzo della più profonda crisi economica degli ultimi cento anni, con il modello industriale italiano colpito nei suoi fondamentali,  qualcuno usci’ fuori dicendo piu’ o meno questo: non preoccupatevi, il mondo si  riprenderà, e noi organizzeremo anche una esposizione, nel 2015, che rilancerà l’Italia ed il Made in Italy. Sarà una bomba. Expo ci rilancerà….

Ma come si fa a dire, anche solo a pensare, una cosa del genere? Una fiera della durata di sei mesi che rilancia l’intera economia di un paese industriale in crisi? Che cos’e’, cocaina mediatica? Voglia di prendere in giro? Disperazione ed assenza di altri argomenti? Più o meno tutto questo insieme. Si utilizzo’ Expo per lanciare un segnale di speranza, per dire qualche cosa di positivo in un mare di problemi, per giustificare in qualche modo l’investimento necessario. Necessario non solo alla realizzazione di Expo, ma anche al gigantesco magna magna che i politici intravedevano nell’iniziativa. Expo come il Mose a Venezia, e come tutte le grandi opere italiane: tot miliardi di investimenti al 5% o 10% di tangente, significava prossima campagna elettorale già pagata e ri-elezione garantita, oltre ad un conto in banca ben pasciuto. E “buen retiro” in villa del Seicento, magari.

Cosi’, invece di ripensare il paese, di trasformarlo e reindirizzarlo nel ventunesimo secolo, i politici hanno fatto quel poco che sapevano fare: ammaliare, mentire e rubare. E tutto quello che ne e’ seguito e’ andato in questa direzione.

Per organizzare una esposizione dedicata all’alimentazione sostenibile, si e’ partiti espropriando terreni agricoli e rendendoli edificabili. E finanziando tutta una serie di opere infrastrutturali che poco avevano a che fare con l’alimentazione, e molto con il cemento. Ma queste opere servivano ad Expo, qualcuno potrebbe dire. Parliamone. Parliamo della tangenziale est esterna di Milano, ad esempio, che passa vicino a casa mia. Opera che ho sempre desiderato, che mi avrebbe fatto risparmiare migliaia di ore di vita passata in coda, in macchina. Opera sempre bloccata per mancanza di soldi e per problemi di tracciato, ed alla fine realizzata dieci anni dopo con i soldi di Expo. Ma che cavolo c’entra Expo? Una tangenziale esterna ad Est di Milano per una esposizione che sta a Ovest di Milano? Che senso ha?

E di seguito tutto a cascata, fino ad un tripudio di opere pubbliche e tangenti sfociate in altrettante indagini della Procura, come abbiamo visto in televisione. Poi il commissariamento, i ritardi nei lavori, la corsa trafelata per concludere l’opera, l’inaugurazione. Ed infine la mia visita ad Expo di questi giorni, in una calda serata di Luglio.

Non e’ che mi aspettassi molto, anzi. Ma un minimo di decenza, di contenuti, questi li pretendo visto che sono un contribuente e pago. Sapevo che l’intera problematica dell’alimentazione sostenibile era stata sviluppata al di fuori di Expo, in alcuni giorni di brain-storming nell’Hangar Bicocca a Sesto San Giovanni. Qualcuno lo sa, qualcuno se ne ricorda, ce n’e’ traccia ad Expo? No. Eppure l’argomento sostenibilita’ e’ molto importante, riguarda l’intera umanità, molti sono i contenuti di cui discutere e coi quali sensibilizzare 10 milioni di visitatori potenziali: abitiamo un pianeta che e’ passato da 2 miliardi di esseri umani a 7 miliardi in una generazione, e che consuma risorse del pianeta non rigenerabili da Agosto a Dicembre ogni anno. Il sistema e’ insostenibile, e non abbiamo una opzione B, un altro pianeta da consumare, come giustamente dice Obama. O no? Ed il tema di Expo e’ proprio “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, l’obiettivo di Expo e’ elaborare una proposta su come assicurare a tutta l’umanità un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile, non altro.

Ecco in compenso cosa ho trovato: una massa di edifici in legno, metallo, vetro, plastica e altri materiali, prevalentemente molto belli, una quantità di contenuti sull’alimentazione risibili e senza un filo conduttore, una massa informe di stupidaggini messe li per riempire gli stand e per impegnare in qualche modo l’occhio del visitatore.

Vuoto pneumatico di contenuti, sciopero della mente, trionfo dell’estetica e del merchadising. Questo e’ Expo. Qualcuno mi spiega la presenza di una nota marca di bibite troppo zuccherine, e di una multinazionale del fast food troppo calorico, se non con una ammissione di sconfitta a priori della buona e corretta alimentazione? E cosa c’entra la marca di automobili nostrana che pubblicizza le proprie macchine dappertutto? E poi, cosa c’entrano con l’alimentazione sostenibile le palestre disseminate ovunque di un industriale romagnolo, noto per essere tanto abile quanto furbo? Per far cassa, ovviamente, per giustificare l’enorme spesa della manifestazione (che grava sulle nostre tasche di contribuenti). Bene. Ma mi parlate anche di alimentazione sostenibile, in modo fruibile e strutturato, o no? Assolutamente no. Ovunque no. Tranne in un caso, che stona con tutta la manifestazione e colpevolmente prova a dimostrare che se si voleva, era possibile affrontare in modo semplice e serio l’argomento. Come sempre, a suonare fuori dal coro sono stati gli israeliani, che con un semplice muro riempito di vasi e di piante hanno dimostrato all’occhio distratto del visitatore come si può fare buona agricoltura in verticale, in poco spazio e con poca acqua.

Il resto dei padiglioni e’ indescrivibile per inutilità e stupidità, ed io mi asterro’ dal farlo. Mi limito solo a segnalarne due, a mio avviso emblematici e degni di nota. Il primo e’ il padiglione di un paese dell’Est Europa, una costruzione in vetro e metallo abbastanza carina, con dentro un piccolo bancone per la reception, e poi null’altro. Sono gli unici che hanno avuto la decenza di rappresentare l’Expo per quello che era, un contenitore vuoto senza contenuto, e non si sono vergognati di ammetterlo. Anzi, lo hanno rappresentato plasticamente. Il secondo padiglione degno di nota e’ quello di un paese caucasico, dove una bellissima ragazza, con indosso solo un mini-slip, tacchi a spillo e splendido corpo nudo interamente dipinto, intratteneva piacevolmente gli ospiti. Dimostrazione del fatto che se proprio non hai nulla da dire, e’ sempre meglio parlare di gnocca.

E verso la fine del viale del tramonto un piacevole ricordo, l’albero della vita, uno spettacolo di acqua, luci e musica veramente bello e degno di nota. Un modo dolce per concludere la serata, e per archiviare l’esperienza in modo positivo. Almeno questo…

Ora, direte voi, sono il solito pessimista, il gufo della situazione che sa solo criticare. E’ esattamente il contrario, sono uno che non si rassegna a questa deriva di valori e comportamenti, e che non accetta la schifezza che vede intorno. Se Expo e’ stato un modo per sostenere l’edilizia ed il turismo (perche’ in sostanza questo e’ stato) il denaro e le energie spese non sono valse la candela. Quei padiglioni verranno smantellati, quei turisti non torneranno per un altro Expo. Non c’e’ visione strategica in Expo, non c’e’ un progetto di lungo termine. Se si fossero utilizzati i cervelli, i soldi ed il tempo dedicato ad Expo per aiutare l’edilizia in altro modo, per esempio riqualificando energicamente edifici pubblici, avremmo speso le stesse risorse ed avremmo avuto un ritorno duraturo nel tempo attraverso il risparmio energetico di quegli edifici, con molte ricadute economiche successive attraverso le società che quel know-how avrebbero rivenuto al resto del mondo. Se si fossero utilizzati i cervelli, i soldi ed il tempo dedicato ad Expo per creare nuovi contenuti turistici avremmo aiutato il turismo in modo duraturo, non saltuario. Faccio un esempio, ma ce ne sono milioni: organizzare ed attrezzare la via francigena che attraversa l’Appennino, in modo da permettere a migliaia di turisti di tutto il mondo, ogni anno per tantissimi anni, una spettacolare esperienza a piedi in luoghi meravigliosi e sconosciuti ai più, risolvendo loro tutti i problemi logistici e di sicurezza che questa esperienza comporta, e valorizzando la buona cucina ed i prodotti locali, che abbondano. Oppure la stessa cosa in quella perla sconosciuta al mondo intero che e’ Campo Imperatore sul Gran Sasso, o la Maiella, o i tracciati della transumanza dalla Puglia al Molise all’Abruzzo. E via dicendo. Certo, ci vuole molta più competenza per portare avanti progetti cosi difficili, se confrontati con l’organizzare una esposizione nella periferia di Milano, ma l’asticella del mondo si e’ alzata, e noi abbiamo le competenze e le risorse umane per stare al passo, basta tirarle fuori.

E’ la mancanza di visione strategica che ci frega, e non e’ un caso. Siamo guidati da politici il cui unico traguardo sono le prossime elezioni, e oltre non vanno, e spesso non sono capaci di andare oltre. Bisogna riprogettare l’Italia, e lo facciamo con una pianificazione a pochi anni se va bene, e cercando di fare lo cose facili, non quelle giuste. Expo e’ uno dei tanti tirare a campare che non bisogna accettare, e’ un compromesso al ribasso che ci fa perdere il treno del mondo che cambia. Il primo passo e’ avere il coraggio di dirlo. Il secondo passo e’ fare in modo che non succeda di nuovo.

Questo bypass va eliminato

Capita tra le mani una classifica interessante, pubblicata sul sito Zerohedge e basata su dati McKinsey, quindi non proprio gli ultimi arrivati. Classifica i paesi per debito pubblico in proporzione al PIL. Vengono riportate percentuali piu’ che doppie rispetto a quelle normalmente pubblicate, segno che nel calcolo sono incluse tutte le forme indirette o nascoste di indebitamento degli Stati. Il debito pubblico dell’Italia risulta quindi essere il 259% del PIL, e non il 130% come normalmente detto. Il secondo dato interessante e’ che, inserendo tutte le forme indirette di indebitatemento degli Stati, l’Italia scende al 12 posto nella graduatoria, dopo la Francia, prima della Gran Bretagna, quattro posizioni prima degli Stati Uniti. Quindi, il debito pubblico non e’ un problema solo dell’Italia, e’ un problema di tutti gli Stati, e la maggior parte tende a nasconderlo sotto artifici di contabilità nazionale. L’Italia viene additata come pecora nera, ma e’ in ottima compagnia.

la-classifica-dei-40-paesi-con-piu-alto-rapporto-debito-pil.aspxIl debito pubblico complessivo  e’ piu’ che doppio rispetto a quello normalmente dichiarato. Sorge quindi prepotente la domanda: cosa significa per uno Stato essere indebitato per un totale di oltre due volte il suo ‘fatturato’ annuale? Ovvero, e’ sostenibile? E’ giusto che gli Stati si indebitino con le banche e non con la propria Banca Centrale? Questa declinazione della cosa pubblica e del capitalismo reggera’ o e’ destinata a crollare prima o poi?

Di certo, la dimensione del debito pubblico dei vari Stati, e la sua costante e continua crescita, indica che il problema non ha una soluzione fisiologica possibile. Almeno con le regole attuali. Il crollo e’ certo, bisogna solo capire chi alla fine paga il conto e perche’. Gli scenari possibili sono molti.

Lo scenario piu’ lineare e’ quello della Grecia in questi giorni. Uno Stato troppo indebitato ed inibito nello stampare moneta, uno Stato dove le banche creditrici non si possono toccare perche’ prevalentemente estere e pure sotto il controllo della BCE, e’ costretto ad una di queste tre scelte: tassare, svendere il patrimonio, o fallire e ripartire da zero. Se tassa, il conto lo pagheranno i soggetti greci tassati, ed i beneficiari saranno tutti i soggetti detentori del debito (nazionali ed esteri). Se svende il patrimonio, il conto lo pagheranno tutti i greci, ed i beneficiari saranno gli acquirenti del patrimonio ed i detentori del debito (nazionali ma soprattutto esteri, banche e fondi di investimento in primis). Se fallisce, il conto lo pagheranno i detentori di quel debito (nazionali ed esteri) ed i beneficiari saranno tutti gli altri greci. Come si vede, la questione e’ squisitamente politica, non finanziaria. La questione e’ solo chi rimane con il cerino in mano, chi paga il conto della festa passata. E la risposta che vediamo in televisione ogni giorno e’ piu’ o meno questa: vince chi ha i soldi (che di questi tempi coincide con chi comanda e governa il mondo).

Proviamo un altro scenario, possibile ma meno lineare. Proviamo uno scenario che cerchi l’equiilibrio, che eviti continue rotture e continue ripartenze, che si discosti dal capitalismo occidentale che viviamo da ormai trent’anni, fatto di espansioni, bolle, esplosioni delle bolle e ripartenze. Partiamo come al solito dal significato del debito pubblico, dal modo attravero cui lo si finanzia e dal ruolo del settore finanziario (banche etc..). Il debito pubblico non e’ un male di per se’. E’ un male se non investito bene, perche’ non produce ricchezza e quindi imposte con cui ripagarlo; e’ un male se viene investito bene, ma i beneficiari poi non pagano le imposte, trattenendosi la ricchezza generata e lasciando in mano dello Stato (di tutti) il debito; e’ un male se serve per vivere oggi, e scaricare sulle generazioni future il costo della propria vita. L’obiettivo e’ quindi investire bene nel settore pubblico, far funzionare il processo impositivo (in modo equo), ed evitare sottrazione di risorse alle generazioni future (prevalentemente evitare debiti per pensioni ed assistenza sanitaria alle attuali generazioni oltre quanto da loro accantonato in passato per riceverle oggi). Poi viene la questione degli interessi sul debito. Piu’ cresce il debito, piu’ aumentano gli interessi da pagare, fino a mangiare tutte le risorse disponibili: per l’Italia oltre 80 miliardi di euro all’anno, tendenti a 100: una follia. Gli interessi semplicemente non dovrebbero esistere. Gli interessi sono nati il giorno in cui si e’ separata la generazione della spesa pubblica dalla generazione del denaro con cui finanziarla. Visto che i politici, pur di garantire un futuro per se’ e per i propri amici ed elettori spendevano a piene mani, e potevano farlo visto che controllavano le Banche Centrali che creano il denaro con cui finanziare qualsiasi cosa, e visto che oltre un certo livello questo produceva solo inflazione e solo distorsioni, si e’ arrivati a separare i poteri della politica dai poteri di politica monetaria. E questo e’ bene, se lo si fa funzionare bene. Il male e’ venuto dopo, quando in molti paesi (tra cui l’Italia) le banche da pubbliche sono state trasformate in private, quando sono state messe in condizione di creare il denaro (dal nulla!), quando sono state delegate a finanziare gli Stati al posto delle Banche Centrali, quando si e’ permesso loro di svolgere contemporaneamente attività bancaria ed attivita’ finanziaria (anche speculativa). Questo ha fatto degenerare il sistema. Perche’ i privati non sono dei santi, agiscono nel proprio interesse. Perche’ ha costretto gli Stati ad indebitarsi con i privati e non con se stessi, pagando costosi interessi reali. Perche’ ha portato il settore bancario a finanziare gli Stati e non il settore privato, sottraendo a questo le risorse per crescere. Perche’ ha spinto le banche e gli istituti finanziari a investire i soldi in speculazione (molto più remunerativa, se sei tu a condurre il gioco) e non nell’economia reale (dove il gioco lo conduce prevalentemente l’economia reale). Il sistema oggi e’ malato, si e’ creato un bypass tra pubblico e privato che non dovrebbe esistere, e che non fa funzionare piu’ il sistema!

Come si risolve il problema? Il settore pubblico dovrebbe essere finanziato dallo Stato, non dal settore bancario e finanziario, e si dovrebbero trovare forme per garantire l’efficienza del settore pubblico diverse dal classico ‘lasciamo che ci pensi il mercato, provvede lui a eliminare le mele marce nel settore pubblico’. Il settore bancario (circolazione del denaro, raccolta del risparmio privato, prestiti al settore privato) dovrebbe essere separato dal settore finanziario (attività di investimento finanziario e speculativo). A mio avviso, poi, le banche dovrebbero essere pubbliche, visto il lavoro che fanno, e si dovrebbe trovare anche per loro forme diverse dal classico ‘per renderle efficienti trasformiamole in private, lasciamo che ci pensi il mercato’.

Invece c’e’ un bypass, ed il sistema non funziona: gli Stati sono indebitati, ed hanno bisogno di stimolare l’economia (per farla crescere, per ricevere nuove imposte con cui pagare il debito). Gli Stati delegano le banche a creare nuovo denaro (dal nulla). Queste sono furbe, ed in un periodo di crisi lo investono in titoli di stato (che rendono più delle linee di credito alle aziende private, molto incagliate) ed in speculazione finanziaria (i derivati rendono molto, se sei tu a scrivere il contratto in modo incomprensibile e lo fai firmare ad un povero assessore comunale o ad un imprenditore non supportato da un consulente iper-competente). Quindi e’ stato creato denaro dal nulla che non va dove serve (stimoli al settore privato); denaro che permette la sopravvivenza della cattiva gestione della cosa pubblica; denaro che fa crescere le bolle finanziarie, con effetti devastanti sul sistema. Piu’ si pompa denaro, piu’ la cosa non funziona, perche’ il denaro finisce nella tasca sbagliata, dove si accumula e fermenta fino ad esplodere, con effetti nel tempo sempre piu’ deflagranti.

Per evitare il botto finale, facciamo funzionare lo scenario dopo aver reciso il bypass: le Banche Centrali emettono base monetaria con cui finanziano direttamente il debito pubblico, e costringono le banche a non detenerlo. Lo Stato non paga interessi sul debito pubblico, e trova l’ossigeno per finanziare lo sviluppo (e solo quello, spero, altrimenti significa che continua a finanziare la burocrazia, l’incapacita’, la furbizia ed il furto generazionale). Le banche non detengono piu’ debito pubblico, non hanno creato moneta per finanziarlo, l’offerta di moneta nel sistema non e’ cambiata quindi non si crea inflazione. Le banche si trovano nella necessita’ di investire il risparmio privato nel settore privato; per di piu’ non possono speculare, visto che gli e’ inibita l’attivita’ finanziaria; quindi proprio non possono fare altro che investire nel settore privato se vogliona avere un lavoro. Di certo nello scenario attuale molte fallirebbero, visto che da anni coprono gli enormi profitti e le perdite sui crediti deteriorati del settore privato con gli ampi proventi dei titoli di stato e della speculazione finanziaria. Lo Stato le lascia fallire, e poi le fa rinascere immediatamente, detenendone il controllo. Mi spiace per gli azionisti delle banche, ma hanno guadagnato (molto) e rischiato (molto) ed alla fine hanno perso. Il sistema ora sta in piedi, puo’ funzionare in modo sensato. In questo scenario non conta piu’ quanto e’ grande un debito pubblico, conta solo se viene investito bene, e di certo e’ sempre ripagabile, nella peggiore delle ipotesi con l’inflazione. Siamo tornati agli anni Sessanta. O no? Chissa’.

… ogni volta che rileggo quello che scrivo mi domando se sono matto io, e scrivo cose che non hanno senso, o sono matti gli altri che accettano il sistema attuale …

Promemoria: da non inserire in Costituzione.

Abbiamo inserito in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. Anche se non cambia nulla, dato che continuiamo a sfornare leggi di stabilità con disavanzi del 2,5%, varrebbe la pena soffermarsi sul significato di quanto e’ stato fatto. Ovvero: di per se’ il concetto e’ una stupidaggine; lo abbiamo fatto perche’ ce lo hanno imposto dall’estero; e nessuno ha fatto caso al significato della norma.

Perche’ e’ una stupidaggine inserire il pareggio di bilancio in Costituzione? Perche’ non e’ dimostrato che un disavanzo di bilancio sia dannoso, in linea di principio. Lo e’ solo se il disavanzo e’ investito male, se non genera nuova ricchezza che poi torna nelle casse dello Stato sotto forma di nuove imposte. E’ come decidere che in casa non si possono tenere coltelli, perche’ ultimamente ci tagliamo. Ma che significa, siamo dei minorati mentali? Il coltello di per se’ non e’ buono o cattivo, se ultimamente ci tagliamo dobbiamo re-imparare a maneggiarlo, non abolirlo, e magari decidere che i coltelli si usano solo in cucina per cucinare e mangiare, e non in giardino per giocare o in strada per aggredire la gente. Se abbiamo un problema enorme come il debito pubblico, tanto grande che inseriamo in Costituzione norme per arginarlo, e’ bene scrivere norme che funzionino nel nostro interesse e che non ci danneggino, o no?

Cosa avrebbe senso inserire in Costituzione? Due principi. Il primo affronta il problema dell’evasione fiscale. Se il debito pubblico aumenta per finanziare lo sviluppo della nostra economia, della nostra società, alla fine questo debito deve generare ricchezza che rientra nelle casse dello Stato attraverso le imposte. Con le imposte raccolte si annulla il debito generato precedentemente, e si rende il debito pubblico virtuoso, esattamente come e’ stato in Italia fino alla fine degli anni Sessata. Senza imposte invece il debito può solo aumentare e diventare insostenibile. Il che e’ quello che succede ora in Italia, dove il debito pubblico genera ricchezza prevalentemente privata, ed i privati poi non restituiscono allo Stato abbastanza imposte per ripianarlo. Il secondo principio affronta l’inefficienza della spesa pubblica. Quando il debito pubblico viene creato per finanziare opere pubbliche, o per alimentare la macchina dello Stato, il risultato e’ troppo spesso inefficiente, ovvero la ricchezza generata e’ inferiore al debito contratto. L’errore e’ spendere soldi pubblici in modo sbagliato, non spendere soldi. Il problema e’ nelle aziende pubbliche inefficienti e nella faraonica macchina burocratica dello Stato, non nel disavanzo. Il problema e’ alla fine del processo del debito pubblico, non all’inizio.

Ecco cosa dovremmo inserire in Costituzione. Norme che aprano la strada a imposte non eccessive come le attuali, e distribuite equamente su tutte le categorie economiche. Norme che impongano sanzioni efficaci alle categorie economiche che, avendo generato ricchezza, non pagano la loro quota parte di imposte (ovvero tutte le categorie non sottoposte ad una ritenuta a titolo d’acconto o di imposta, e molte categorie che vendono all’utente finale. Facile, no?). Norme che aprano la strada ad una gestione profondamente meritocratica delle aziende pubbliche e della pubblica amministrazione a tutti i livelli. Norme che sanzionino ed estromettano i burocrati ed i politici che, avendo in mano le chiavi dello Stato, delle sue aziende e della sua amministrazione, abbiano speso male il tempo, i soldi e le risorse affidate per avvantaggiare se stessi, i propri amici, i propri sogni o le proprie manie di grandezza.

Altro che obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione. Ben altro ci vuole, se si vuole far crescere l’Italia. Se invece si vuole penalizzare, o peggio ancora punire l’Italia, l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione e’ perfetto. Perche’ non risolve il problema ma lo limita, e perche’ rallenta contemporaneamente l’economia del nostro Paese. In questo senso, un obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione imposto dai tedeschi e avvallato dai francesi nel mezzo della peggiore crisi finanziaria, esattamente come e’ stato, assomiglia molto alla direttrice di un collegio, madre di uno studente brillate, che bacchetta un altro studente brillante ma ultimamente inconcludente dicendo: Cattivo! Cattivo! Cattivo! Dietro la lavagna e a letto senza cena! Cosi’ impari…. Ed a fianco il bidello annuisce divertito.

Ma questa direttrice e questo bidello chi li ha nominati? Con quale diritto parlano? Ha senso quello che fanno? Dal loro punto di vista si. Agiscono all’interno di uno schema di riferimento che applicano anche a casa propria; si proteggono; ed indeboliscono un concorrente economico, avvantaggiando in modo diretto e immediato la propria economia. Dal nostro punto di vista invece tutto questo non ha senso. Quindi, perche’ lo permettiamo, perche’ in Parlamento i due terzi dei parlamentari lo ha votato nel 2012, bypassando il referendum popolare obbligatorio? E poi, nota personale molto triste, perche’ il Presidente del Consiglio, ex rettore della mia universita’, uno dei massimi esperti di macro-economica in Italia e quindi persona che capisce al volo queste problematiche, ha avvallato il tutto? Non poteva agire meglio nell’interesse dell’Italia?

Eresia economica

Ho speso del tempo ad analizzare cose evidenti, che nessuno considera, che tutti danno per scontate; ma che hanno un impatto enorme sulla nostra vita. Ovvero la moneta, il debito pubblico, gli stumenti finanziari a sua copertura, i derivati. Cercavo di capirli perche’ dovevo essere in grado di spiegarli a me stesso,  e non ci riuscivo. Che dire di un medico incapace di descrivere il funzionamento della circolazione sanguigna, o un ingegnere incapace di spiegare la prima legge di Newton? Eppure oggi, con le idee un po’ piu’ chiare, mi rendo conto del gigantesco bluff, dell’incredibile gioco d’azzardo in cui l’intero mondo oggi vive. Non ero io che non capivo, e’ l’intero mondo che non ha senso cosi’ come e’ fatto.

Pensateci, partendo da alcuni indizi.

Primo indizio, sulla moneta. Che cosa rappresenta una banconota da cinquecento euro? Il controvalore di una certa quantità di oro, come una volta? No. La certezza di poterla scambiare un giorno con una certa quantità di pane? O un camion pieno di melanzane? O una cisterna d’acqua? No. Potrei andare avanti all’infinito con gli esempi, l’unica risposta che ha senso e’ questa : la banconota rappresenta la fiducia di chi l’accetta nel poterla ri-scambiare un giorno con qualche cos’altro. Ovvero, l’unico valore della banconota da cinquecento euro e’ la fiducia che noi tutti riponiamo in essa, nulla di più. Se un giorno quella fiducia venisse meno nella maggior parte della popolazione, diventeremmo tutti improvvisamente piu’ poveri, in proporzione a quante banconote abbiamo in tasca. La verita’ e’ che la nostra cosiddetta ricchezza, se conservata sottoforma di denaro, semplicemente non esiste, e’ una scommessa, un pio desiderio.

Secondo indizio, sugli strumenti finanziari. Sui mercati finanziari la somma degli strumenti derivati e’ nove volte il valore dei beni su cui scommettono (il cosidetto sottostante): un po’ come dire che quando si estrae un barile di petrolio in Arabia Saudita, a Chicago stampano nove fogli di carta che ti vendono il diritto a ritirare quel barile di petrolio a scadenze future, e a prezzi diversi. Tu vai a comperare del petrolio, e ti trovi davanti dieci persone che te lo vogliono vendere, uno fisicamente oggi ad un certo prezzo, altri nove a scadenze future e a prezzi diversi: ma quanto petrolio c’e’ in giro, un barile o 10 barili?

Terzo indizio, sul debito pubblico. Quando si parla di debiti e di crediti (in soggetti non persone fisiche) c’e’ sempre di mezzo un bilancio: a sinistra nell’attivo troviamo ad esempio un credito, a destra nel passivo troviamo ad esempio un debito. A noi il debito dello Stato Italiano risulta charissimo, se ne parla ogni giorno al telegiornale, lo dividiamo spesso per la popolazione italiana per verificare a quanto ammonta il debito di ciascuno di noi. Bene. Qualcuno mi sa dire a quanto ammonta il corrispondente valore all’attivo? O in che cosa fisicamene consista il corrispondete valore all’attivo? Meglio ancora, qualcuno mi può mostrare il bilancio dello Stato Italiano, nel quale a sinistra abbiamo un attivo di bilancio e a destra il debito pubblico? Nessuno puo’ farlo, perche’ semplicemente questo bilancio non esiste. Abbiamo creato il debito pubblico, lo paghiamo e ci facciamo rovinare la vita per ripagarlo, ma ci siamo dimenticati di creare il corrispondente attivo pubblico, cio’ in cui quel debito e’ stato investito. E che sia stato in tutto o in parte investito e non speso e’ evidente, altrimenti la moneta non avrebbe alcun valore, non la vorrebbe nessuno.

Le mie certezze sono tutte crollate. Se c’era una cosa che mi faceva stare tranquillo -meglio di un Valium- era la partita doppia, ovvero la tecnica con cui si tiene la contabilità e si stila un bilancio. Ad un credito corrisponde un ricavo di pari ammontare, ad un incasso corrisponde la diminuzione di un credito. Ogni cosa ha il suo posto, il suo segno, la sua contropartita, e se commetti un errore te ne accorgi subito: nella partita doppia c’e’ ordine, precisione, visione di insieme, verifica della correttezza del risultato. Mi piace cosi tanto che sono in grado di tenere una contabilità in partita doppia con un foglio elettronico utilizzando una tabella pivot per generare in automatico il conto economico e lo stato patrimoniale, cosa che in pochi sono capaci di fare. Ed ora mi trovo con il bilancio dello Stato Italiano, il bilancio più importante del mondo in cui vivo, dove i costi sono certi, i ricavi un pò meno, i debiti non mancano mai, e l’attivo semplicemente non esiste. Nello stato patrimoniale manca l’altra meta’ del foglio, totalmente! Come fa a quadrare questo bilancio? Al tavolino manca una gamba e noi tutti ci balliamo sopra, allegramente. Ma voi vi sentite bene? Io no, mi sento leggermente inquieto, come se mi trovassi in una stanza buia e sentissi il ronfare sommesso di un leone. Che certezze abbiamo per il nostro futuro, che garanzie abbiamo di poter dare da mangiare ai nostri figli, che senso ha tutto questo? Nessuno.

Per inciso, e’ la stessa questione che sta ponendo sul tavolo Tsipras a proposito del debito pubbico della Grecia. Con i dovuti distinguo, e non dimenticando che i greci sono eccellenti nel creare debito pubblico, nell’assumere dipendenti pubblici, nell’andare in pensione a cinquant’anni e nel truccare i bilanci per continuare la pacchia, Tsipras oggi pone sul tavolo una questione banale ma annosa. Che cos’e’ il debito pubblico, perche’ bisogna ripagarlo, a chi bisogna ripagarlo? Sono curioso di vedere quale sarà la risposta. Perche’ io inizio a pensare che il debito pubblico semplicemente non dovrebbe esistere. Oppure per esistere dovrebbe avere un corrispondente valore all’attivo, il valore dei beni e dell’ avviamento dello Stato Italiano, un ammontare che rappresenti il valore ed il significato reale della moneta e del debito pubblico.

So cosa pensate: mi sto facendo una gran pugnetta. Mica tanto. Perche’ se iniziamo tutti a pensare in questi termini, finiamo con l’eresia economica di non pagare più interessi sul debito, finiamo controllando la base monetaria con l’obiettivo di massimizzare lo sviluppo dell’economia ed il benessere della popolazione, con l’unico vincolo di non generare inflazione, risparmio non fisiologico o fuga di capitali all’estero. Finiamo con il riattivare il più grande motore di sviluppo dell’economia, la spesa pubblica. Che non e’ il demonio, se gestita bene da politici competenti, disinteressati e senza conflitti di interessi. E’ il demonio solo se gestita dai politici italiani degli ultimi trent’anni.

Vi sembra impossibile?  A me no. La moneta rappresenta la fiducia che noi tutti riponiamo in essa, null’altro. Il debito pubblico genera (quindi in sostanza e’)  moneta allo stato contabile (moneta non fisica, semplice scrittura contabile nel bilancio dello stato, delle istituzioni, delle aziende). Perche’ abbiamo fiducia nella moneta? Perche’ lo Stato ha dimostato nel tempo di funzionare, di permettere il mantenimento e la creazione di valore. Marx direbbe che la moneta e’ rappresentativa del plusvalore che generiamo in quanto gruppo, se confrontato con il valore che generiamo in quanto singoli. Gli IAS (International Accounting Standards, i principi contabili con i quali si scrivono i bilanci di tutte le multinazionali di questo mondo) direbbero che la moneta e’ rappresentativa del goodwill  (avviamento) da iscrivere nell’attivo di bilancio a seguito di un adeguato impairment test (una verifica sul mercato del valore economico) rappresentativo della duratura capacità della nostra economia di generare nuova ricchezza.

Perche allora non diamo un pò di senso a questo mondo? Iniziamo a creare il bilancio dello Stato, attribuendo un valore di mercato corrente ai suoi beni (il Colosseo; il David di Michelangelo; le azioni delle aziende pubbliche) ed attribuendo un valore all’avviamento (rappresentativo del valore della Denominazione di Origine Protetta del parmigiano o dell’asiago; della capacità delle nostre università di generare ricchezza sotto forma di giovani preparati o di brevetti; di tutte le altre capacita’ e competenze proprie degli italiani in grado di generare reddito). Oppure, se ritenete tutto troppo complicato, chiarito che gli Stati non si devono indebitare con le banche ma con se stessi, affermare che il valore della moneta in senso ampio (base monetaria) e’ evidentemente pari alla somma dei suoi beni e del suo avviamento se l’ulteriore immissione di moneta non genera risparmio o inflazione o squilibri della bilancia dei pagamenti. E che pertanto il debito pubblico non va creato e ri-pagato comprensivo di interessi a se stessi, ma va finanziato con immissione di base monetaria a costo zero nella misura massima che non generi inflazione, risparmio o fughe di capitali (quindi la base monetaria rappresenta il valore di mercato dei beni dello Stato). Che il ruolo dello Stato e’ la massimizzazione del benessere dei cittadini attraverso lo sviluppo della societa’, come tutti dicono, ma che i politici rispondono in solido per le azioni intraprese nel realizzarlo, perche sono direttamente responsabili del mantenimento o dello sviluppo dei beni dello Stato e dell’avviamento, a loro volta rappresentativi del valore della moneta. E che il ruolo della Banca Centrale e’ la ricerca della piena occupazione e dello sviluppo economico nel limite del controllo dell’inflazione, e non il solo controllo dell’inflazione.

Pensate che io sia pazzo? Mah, forse. Mi piacerebbe saperlo. Piu’ che altro, mi piacerebbe sapere come si fa a finanziare il debito pubblico con un pari ammontare di base monetaria senza far saltare il banco.

Corsi e ricorsi storici: siamo tutti terroni per qualcun altro prima o poi

Che bella idea! Applicare la teoria dei corsi e ricordi storici del Vico e quella della relativita’ di Einstein per valutare le conseguenze economiche e sociali dell’attuale crisi italiana. Che c’entra, direte voi. Parecchio, direi io. Purtroppo.

Incominciamo dal corso storico. Nel 1861 il Regno delle due Sicilie fu annesso dai piemontesi, portando alla nascita del Regno d’Italia. A quei tempi il Regno delle due Sicilie non era cosi male come ce l’hanno sempre raccontato. Al di la’ di tutti i suoi limiti che già conosciamo, era comunque un regno basato su una agricoltura molto ricca. Era un regno aperto al commercio mondiale grazie alla collocazione geografica ed ai molti porti. Era un regno culturalmente attivo, pacifico, erudito: tiravano a campare, lo sapevano, e non si dannavano l’anima per crescere, imporsi, svilupparsi; in confronto al resto d’Europa i contadini morivano poco di fame, il regno era poco indebitato, erano nate fabbriche che facevano prevedere uno sviluppo industiale. Pensate sia un punto di vista insolito? Nel 1861 le più popolose e ricche città italiane non si chiamavano Milano, Genova o Torino: si chiamavano Napoli, Palermo e Catania. La prima ferrovia nacque a Napoli, non a Torino, ed in Campania si sviluppò la prima industria ferroviaria, non in Piemonte. Il palazzo e la corte più ricca non si trovava alla Venaria vicino a Torino, ma alla Reggia vicino a Caserta. Eppure il Regno delle due Sicilie fu annesso dai piemontesi, ovvero da un regno militarmente aggressivo, pesantemente indebitato, culturalmente meno vivo ed economicamente meno ricco, ma nonostante questo più organizzato, più determinato e più ambizioso. Quello che successe dopo e’ storia: l’occupazione militare si trasformò in dominanza politica, le risorse economiche (ovvero gli investimenti sul territorio al netto delle imposte raccolte da quel territorio) furono progressivamente trasferite dalla periferia al centro, dove finanziarono lo sviluppo economico e l’industrializzazione del nord. Progressivamente divenne più remunerativo investire al nord piuttosto che al sud, quindi anche i capitali del sud migrarono verso il nord. Il sud d’Italia si impoveri’ e non si sviluppo’ industrialmente. Nacquero cosi i terroni come oggi li conosciamo, ovvero gli abitanti del sud d’Italia visti dal punto di vista degli abitanti del nord d’Italia. I terroni nacquero dopo l’unità d’Italia, non prima.

Ed eccoci al ricorso storico. Negli ultimi anni del ventesimo secolo l’Italia ha aderito all’Europa, ha accettato cioè di essere annessa ad una nuova entità politica sociale ed economica chiamata Comunità Europea utilizzando una moneta comune chiamata euro. Con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, simili a quelli del Regno delle due Sicilie del 1861, l’Italia del duemila era una solida realtà economica, la 7^ potenza economica mondiale e la seconda realtà industriale d’Europa. Benchè molto indebitata nel settore pubblico, era più che proporzionalmente ricca nel settore privato, e lo Stato indebitato comunque pagava tassi di interesse reali negativi, rendendo facilmente sostenibile il proprio debito (anche se poi doveva combattere quel grosso problema che si chiama inflazione). Il trasferimento di sovranità alla Comunità Europea aveva come obiettivi più percepiti la sterilizzazione della immonda classe politica italiana e la sua struttura burocratico-amministrativa, lo sfruttamento dei vantaggi di un mercato di dimensioni maggiore, l’approvvigionamento di una maggiore quantità di capitali, il controllo dell’inflazione ed il godimento di tassi di interesse contenuti. Ma nessuno in Italia si domandò, dato le regole del gioco sottoscritte, cosa sarebbe successo se nelle stanze dei bottoni avessero iniziato a dominare politici poco teneri verso i deboli, e se le varie economie avessero iniziato a marciare a velocità diverse.

Quello che e’ successo dopo ha molto a che vedere con quanto successo nel sud d’Italia a seguito dell’annessione dei piemontesi. Il potere politico e’ stato risucchiato (nei fatti) dai paesi del nord d’Europa, e le regole del gioco sono state riscritte: in particolare, si e’ deciso di sanzionare pesantemente le economie che si sviluppano troppo lentamente e non mantengono il ritmo del gruppo, senza al contempo punire in modo simmetrico le economie che si sviluppano troppo rapidamente e non mantengono il ritmo del gruppo; si e’ deciso di non finanziare gli Stati con moneta della Banca Centrale (una moneta più conveniente, che può anche non costare nulla se si vuole) il che favorisce inevitabilmente i paesi meno indebitati a danno dei paesi più indebitati; e si e’ accettato di subire dagli Stati Uniti, dalla Cina e dai paesi emergenti un rapporto di cambio dell’euro artificialmente alto, avvantaggiando i paesi esportatori con prodotti e tecnologie più competitive, a danno dei paesi esportatori con produzioni più mature e tecnologie meno competitive. Queste scelte sono state squisitamente politiche, non economiche, esattamente come nel Regno d’Italia alla fine dell’Ottocento, ed hanno determinando le stesse conseguenze a suo tempo viste nel nord e nel sud d’Italia. Da ormai un decennio si stanno accentuando gli squilibri tra le nazioni europee, e si stanno avvantaggiando alcune economie a danno di altre: come sempre, le economie dei paesi politicamente dominanti calpestano le economie dei paesi politicamente dominati.

Quali sono le regole politiche incriminate? Più o meno queste: le risorse (le imposte) vengono prelevate in modo proporzionale alla ricchezza di ciascun paese, ma distribuite (gli investimenti) in funzione della migliore utilità marginale. Si sanzionano (procedure di infrazione) i più inefficienti, facendo capire al mercato a agli investitori che in futuro si penalizzaranno sempre di più questi paesi. Si proibiscono metodi di convergenza delle economie basate su trasferimenti a favore dei più paesi piu’ inefficienti, rendendo noto al mercato e agli investitori che gli unici meccanismi di convergenza applicabili saranno quelli propri di un’economia di mercato aperta. E voi sapete quali sono questi meccanismi? Più o meno questi: le economie dei paesi più inefficienti si impoveriscono, dato che il loro capitale finanziario ed il loro capitale umano di qualità emigra verso le migliori opportunità nei paesi più efficienti; a causa della disoccupazione e dei fallimenti i salari ed il valore dei beni dei paesi inefficienti calano, facendo diminuire ulteriormente la loro ricchezza e la loro capacità di investimento futuro. Il tutto in una spirale negativa autoalimentante che alla fine trova un nuovo equilibrio quando questi paesi diventano cosi’ poveri che le loro economie tornano ad essere competitive a causa del basso prezzo delle loro risorse. Eccoci, sono nati i terroni del ventunesimo secolo, ovvero gli abitanti del sud d’Europa visti dal punto di vista degli abitanti del nord d’Europa. Il tutto all’interno di un quadro etico (ormai dominante in Europa) di tipo calvinista: e’ giusto che il piu’ debole soccomba in favore del più forte.

Albert Einstein lo avrebbe visto dal punto di vista scientifico, non politico o etico, ed avrebbe detto che e’ sempre una questione di relatività: su tanti treni in movimento, ciò che ciascun passeggero percepisce della realtà e’ influenzato non solo dalla realtà stessa, ma anche dal treno in cui si trova, dalla sua direzione e dalla sua velocità: ovvero, siamo tutti terroni per  qualcun altro, prima o poi.

E cosa ci insegna la storia? Che questi cambiamenti non sono temporanei e di breve periodo, pari ad un ciclo economico di qualche anno, ma sono cicli di lungo periodo, pari a decine di anni. Se continuiamo cosi, l’Italia e’ condannata alla povertà per decenni se non di piu’, e ci possiamo scordare il tenore di vita accumulato tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ed i nostri stipendi, ed il valore dei nostri conti correnti, che continueranno a diminuire per molti anni ancora. Cosi come siamo messi oggi, applicando le regole del mercato libero noi finiremo inevitabilmente impoveriti. E derisi: perche’ ora siamo noi i terroni dell’Europa.

Ma, politicamente parlando, ci conviene subire queste regole?

Ma perche’ protestano?

Da anni i telegiornali sono pieni di reportage sulla crisi dell’Ilva di Taranto, sul ridimensionamento delle acciaierie di Terni della Thyssen Krupp, sulla chiusura dell’Alcoa in Sardegna. I lavoratori protestano cercando di salvare il posto di lavoro, le amministrazioni pubbliche protestano cercando di salvare le proprie comunità, altri protestano per ragioni ideologiche. Ma qual’e’ la domanda vera che dovrebbero invece porsi?

La domanda non e’ perche’ queste aziende stiano tutte chiudendo, la domanda e’ come queste aziende abbiano fatto a rimanere aperte per cosi tanti anni. La loro fine era annunciata, inevitabile, prevedibile da anni. Quelli che protestano potrebbero festeggiare per aver rimandato per cosi tanti anni la fine inevitabile, non protestare perche’ questa e’ arrivata.

Vi sembra cinico quanto ho da dire? Cambiate canale e vivrete meglio. Ma il problema non si sposterà di un millimetro, anzi il problema diventerà sempre più ingestibile. Il problema e’ grosso, generalizzato, e a nessuno sembra convenire affrontarlo. Se avete lo stomaco forte, parliamone.

La fine di quelle azienda e’ stata decretata molti anni fa, esattamente 25 anni fa, nel 1987, con il referendum sul nucleare. A quei tempi la maggioranza fece una scelta accettabile o condivisibile, anche se di scarso senso pratico. Si decide di seguire quella strada non facendo nulla per compensare la scelta, purtroppo, sperando forse in qualche scoperta scientifica risolutrice come il solare a basso costo o la fusione nucleare controllata; e sperando che tutti gli altri paesi del mondo ci avrebbero seguito, altrimenti le loro economie si sarebbero avvantaggiate sulla nostra. Come e’ poi successo. L’errore non e’ stato il referendum sul nucleare, ma il non prendere atto della decisione ed agire di conseguenza. Se dismetti un’industria in attività come il nucleare (con i sui bei rischi, ammettiamolo) hai dei costi aggiuntivi di smantellamento ed un maggiore costo dell’energia per l’azzeramento del valore dell’investimento. Se poi rincari la dose scegliendo fonti di energia più pulite ma più costose quali il gas, hai inequivocabilmente fatto una scelta di campo: hai deciso di dismettere la siderurgia, la chimica, e tante industrie affamate di energia a favore di un ambiente più pulito e più sano. Per cui e’ meglio pianificare da subito la transizione di queste aziende verso qualcos’altro. E’ stato fatto? No. Per cui i lavoratori oggi si trovano senza lavoro e senza un’alternativa lavorativa. Inevitabile.

Questo errore sarebbe ancora accettabile se fosse isolato, o relegato ad anni passati. Purtroppo invece e’ molto attuale, e viene reiterato ogni giorno, costantemente ed in modo diffuso; e questo meccanismo sta progressivamente dissanguando l’Italia. Non e’ un problema di de-industralizzazione, e’ un problema di politica economica, di disinvestimento in alcuni settori e reinvestimento in altri settori. Visto che non si nuota nell’oro, se si decide di rendere anti-economica la produzione dell’alluminio in Sardegna si devono spostare le risorse economiche dai sussidi all’Alcoa o dalla cassa integrazione dei lavoratori dell’Alcoa al turismo o altro ancora (Tiscali fu un buon esempio) che possa creare nel tempo dei posti di lavoro per i disoccupati dell’Alcoa o per i loro figli. Altrimenti si bruciano le risorse a disposizione per mantenere il passato, e non per garantire un futuro. Questo e’ l’errore cruciale, la difesa dello status-quo in un mondo che avanza e che sta rapidamente cambiando: se avessero dato a Tiscali (o ad altri) i vantaggi fiscali erogati ad Alcoa per produrre alluminio, credo che oggi avremmo più banda larga in Italia, più telecomunicazioni italiane, più servizi a valore aggiunto italiani, ed un saldo positivo di posti di lavoro.

Ditemi, che senso ha pagare la cassa integrazione ad un’azienda che produce televisori a tubo catodico? Avrebbe senso se i tubi catodici avessero un futuro sul mercato, ma parliamo di una tecnologia morta. A Milano questa cassa integrazione e’ stata pagata dieci anni fa, e contemporaneamente sono state negate risorse ad aziende come la mia, che sviluppava software; ed oggi quel software viene venduto da aziende americane a carissimo prezzo, ed i televisori sono tutti schermi piatti prodotti e venduti da multinazionali coreane e giapponesi.

E poi: che senso ha oggi pagare la cassa integrazione per le aziende del settore automobilistico? La Fiat ha fatto delle scelte, aiutata o spinta da argomentazioni di convenienza economica, da decisioni sindacali anacronistiche, da precise visioni di mercato. La Fiat ha deciso di portare la testa dell’azienda e un pò alla volta la produzione (ad eccezione dell’alta gamma) fuori dall’Italia, quindi il settore manifatturiero automobilistico sara’ profondamente mutilato in Italia, e pagare la cassa integrazione alla Fiat e al suo indotto e’ solo un modo per garantire un presente e negare un futuro a Torino. Vogliamo prendere atto di questo fatto o no?

E ancora: e’ di questi giorni la notizia che nell’Ilva verranno iniettati miliardi di euro pubblici, per farla sopravvivere e renderla attraente a qualche potenziale acquirente. Quante probabilità abbiamo che quei soldi siano ben spesi? Molto poche. Agli acquirenti non interessa la capacità produttiva, interessa la capacità commerciale, esattamente la stessa cosa che volevano i tedeschi della Thyssen Krupp a Terni. Compreranno per prendere il mercato, promettendo di garantire i livelli occupazionali, e dopo qualche anno verranno a spiegarci che gli impianti italiani non sono competitivi, e che pertanto vanno chiusi. Da quel momento l’acciaio arriverà dall’India, o da qualche altra parte del mondo. Quanto renderebbero quei miliardi investiti oggi in turismo e viticoltura in Puglia, quanti posti di lavoro potrebbero generare, quanto più difendibile sarebbe quel mercato? Io direi molto di più. Quei miliardi a mio avviso sono investiti nella direzione sbagliata.

Voglio andare oltre, rendere ancora più forte e più chiaro il concetto. Dal 2008 in poi la cassa integrazione e gli investimenti per difendere l’esistente nella maggior parte dei casi sono un errore, e per delle ragioni molto pratiche: funzionano per superare momenti di crisi momentanea di un’economia, per preservare il tessuto produttivo di una nazione in attesa della inevitabile ripresa. Non funzionano per gestire il declino strutturale di uno o molti settore industriali, come e’ sempre stato fatto in Italia. Aiutano a preservare il passato per il futuro, non a gestire il cambiamento; nel cambiamento sono addirittura controproducenti, levano risorse li dove renderanno in futuro impegnandole li dove non renderanno mai più, e ritardano il momento delle decisioni dolorose ed inevitabili. Non c’e’ ideologia o cinismo in quello che dico, c’e’ solo buon senso e lucidità, doti che sembrano scarseggiare al momento in Italia. O più semplicemente, doti che non aiutano a vincere le elezioni.