Conviene restare o uscire dall’euro? L’Italia e la fine dell’aragosta

di Enrico Sestini

Conviene uscire dall’euro? Dipende dal destino che l’Italia persegue, se vuole impegnarsi per ri-affermare l’autonomia e l’identità nazionale o se si piega ad essere governata dai paesi del Nord Europa oggi, ed essere da questi comperata e dominata domani. In fondo può darsi che sia la cosa migliore, nell’Ottocento la Lombardia ed il Triveneto subirono la dura dominazione austriaca, ma ottennero in cambio quella struttura amministrativa e quella mentalità efficiente che poi fecero la differenza. In generale, comunque, l’uscita dall’euro provocherebbe nell’immediato gravi ripercussioni sulla nostra economia e sulla nostra società, ma a lungo andare potrebbe avere effetti più che positivi, se ben gestita; o avere effetti devastanti, se mal gestita.

Vediamo il primo scenario. Gli italiani vanno avanti come nel passato, votando, agendo e pensando in funzione del proprio interesse e non del bene comune; salvaguardando tutte le inefficienze che li rendono meno competitivi su tutti i mercati; sperperando in clientele, nepotismo, burocrazia faraonica, cattiva politica e criminalità organizzata; finanziando un debito pubblico che porta via tutte le risorse dedicate agli investimenti; strangolati da una politica monetaria restrittiva imposta dai paesi del Nord Europa a proprio vantaggio, che uccide le esportazioni italiane ed impedisce una politica fiscale espansiva. Alla fine lo Stato Italiano va in default, viene commissariato e venduto a pezzi al migliore offerente. E’ la fine dell’aragosta, resta in pentola senza rendersi conto che la temperatura sta lentamente aumentando fino a quando, stremata dal calore, non ha più le forze per saltare fuori dalla pentola, e finisce cotta e mangiata. Un piatto prelibato che fa gola a molti.

Passiamo al secondo scenario. Lo Stato Italiano, con le poche energie superstiti, salta fuori dalla pentola. Esce dall’euro, torna alla lira, emette nuova base monetaria e disconosce in tutto o in parte il debito pubblico, oppure lo congela: non può non farlo, dato che non e’ in grado di ripagarlo. Per salvare il funzionamento del tessuto economico e sociale, prende temporaneamente il controllo del sistema bancario, che è in default a causa dei troppi titoli pubblici disconosciuti che ha in bilancio, offrendo garanzie reali. Investitori e risparmiatori scappano e la lira si svaluta pesantemente in poco tempo, aumentando l’inflazione a causa dei maggiori prezzi delle materie prime importate. Lo Stato Italiano sa di non avere più credito in giro per il mondo, per cui taglia i propri costi per rimanere in avanzo di bilancio e sopravvivere con le minori imposte che incassa. I privati e le aziende che detenevano titoli di stato italiani subiscono una perdita netta, e contraggono i consumi non disponendo di potere d’acquisto, mentre i prezzi continuano a salire. La crisi finanziaria e la caduta dei consumi provoca fallimenti tra le aziende più deboli o più esposte, maggiore disoccupazione e minori imposte percepite dallo Stato Italiano. Questo nel breve periodo. Poi dipende tutto da come viene gestita la crisi. Si procede in una spirale negativa verso l’autodistruzione a meno che una nuova classe politica, più brillante e disinteressata della precedente, guidi l’Italia fuori dalla crisi; una nuova classe politica votata da una maggioranza di italiani convinti che per sopravvivere occorra pensare all’interesse comune e non al proprio interesse. Lo Stato Italiano in poco tempo emette una raffica di provvedimenti radicali, ma equamente distribuiti su tutta la popolazione: taglia i propri costi e blocca gli stipendi della pubblica amministrazione; pre-pensiona i sessantenni ed assume solo giovani trentenni pieni di energia e voglia di cambiare, anche se meno competenti; snellisce sostanzialmente le leggi e la burocrazia per favorire le attività economiche ed il funzionamento della società; snellisce il sistema giudiziario per garantire una giustizia rapida; attua una politica dei redditi, vincolando l’aumento degli stipendi all’aumento della produttività; riformula tutte le pensioni con il metodo contributivo al posto di quello retributivo ed impone un tetto massimo, per riequilibrare i conti del bilancio statale,  garantendo comunque una pensione minima di sopravvivenza per favorire la pace sociale; taglia sostanzialmente il cuneo fiscale per restituire competitività alle imprese; sostituisce a tutti i livelli la meritocrazia alle clientele e al nepotismo; indirizza il sistema bancario a finanziare le imprese sane o con progetti promettenti, non i soliti salotti buoni o la speculazione finanziaria o lo Stato Italiano; elimina i monopoli e le corporazioni per favorire il libero mercato e la concorrenza; elimina l’uso del contante per combattere il sommerso e recuperare imposte; applica le leggi contro l’elusione per far pagare le imposte alle grandi aziende; da una caccia spietata e senza esclusione di colpi ai patrimoni illegalmente esportati; contrasta pesantemente la criminalità organizzata riprendendo il controllo del territorio e confiscando i proventi delle loro attività. Ipotizzando che tutte queste manovre abbiano successo in poco tempo e provochino surplus di cassa (ma ci vuole un gran lavoro legislativo, molta comunicazione, molta abilità e molta fortuna!) lo Stato Italiano inizia a finanziare e supportare le aziende che portano valuta estera, in particolare nel settore turismo, beni culturali, moda, alimentare, meccanica, alta tecnologia e Made in Italy in generale; avvia un ampio piano di opere pubbliche per mettere in sicurezza il territorio, salvando vite umane, evitando costosi disastri e salvaguardando l’edilizia, il settore più grande in Italia ed anche il più in crisi; investe in educazione, formazione e ricerca&sviluppo per far crescere le professionalità ed il know-how; incentiva fiscalmente tutti i settori promettenti per il futuro, dove il capitale umano sia determinante o si disponga di un serio vantaggio competitivo. Se questo succedesse (ma gli italiani sopporterebbero tutto questo abbastanza a lungo?) le aziende inizierebbero ad esportare moltissimo, assumendo e investendo in settori sani, trainando i consumi, aumentando le imposte pagate allo Stato Italiano e mettendo in sicurezza i suoi conti. Con gli ulteriori proventi si potrebbero avviare grandi investimenti pubblici in grado di rendere più efficiente il paese, trainando ulteriormente la domanda interna. La rinata fiducia attrarrebbe gli investimenti esteri, che ci metterebbero poco a dimenticare il default passato e capirebbero subito che l’Italia non e’ più un paese per vecchi, ma un paese di nuovo competitivo ed una grande opportunità di investimento. Il tasso di cambio della lira rimarrebbe comunque basso, non per restituire competitività ad una economia inefficiente ma per dare un ulteriore vantaggio sui mercati internazionali, esattamente come fanno gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e tutte le economie emergenti. Il nuovo miracolo economico restituirebbe un futuro all’Italia, dopo che la generazione dei nostri padri e la nostra l’aveva rubato.

Poi c’è un terzo scenario. Lo Stato Italiano in questo momento ha poco da perdere e molto da guadagnare da un cambiamento della politica economica europea, e può dimenticare il passato e tutte le occasioni di risanamento che l’euro e l’Europa hanno inutilmente offerto: perchè non mettere i paesi del Nord Europa con le spalle al muro, visto che anche loro stanno pensando solo a se stessi? Buttare sul tavolo l’uscita dell’Italia dall’euro con conseguente disconoscimento mirato del debito pubblico, o in cambio una politica economica europea che preveda aumenti consistenti dei salari nel Nord Europa; una politica monetaria e fiscale espansiva per favorire la domanda in tutti i paesi europei e particolarmente in quelli del Nord Europa; l’imposizione a questi ultimi di detenere i surplus delle loro bilance commerciali in valute estere; conseguente pesante svalutazione dell’euro. I paesi del Nord Europa dovrebbero scegliere tra scenari in cui avrebbero solo da perdere. Se rifiutassero si troverebbero a subire centinaia di miliardi di euro di perdite nel proprio sistema bancario, la scomparsa di un mercato di sbocco che pur in difficoltà comunque era vasto, ed in qualche anno un temibile concorrente commerciale sui mercati esteri, se al posto di crollare l’Italia si risanasse. Se subissero il ricatto, perderebbero l’occasione di comperarsi l’Italia un pezzo alla volta e a prezzi di saldo, e sarebbero costretti a finanziarla invece che esserne finanziati, come succede attualmente. Se invece decidessero di uscire dall’euro dovrebbero rivalutare le proprie valute nazionali ed in pochi anni sarebbero aggrediti commercialmente su tutti i mercati.

Il terzo scenario e’ intrigante. O la va o la spacca, meglio rischiare di finire sul proprio scudo che fare la fine dell’aragosta. Ma purtroppo, il problema vero non e’ se uscire dall’euro o no, e cosa fare dopo: l’Italia dispone di cosi tante ricchezze, capacità e competenze, ed e’ stata gestita così male negli ultimi trent’anni che i margini di ripresa sono enormi e le probabilità di successo elevate. Il problema vero e’ come convincere la maggioranza degli italiani a votare per il bene comune abbastanza a lungo da rimettere in piedi il Bel Paese, come convincerli a rinunciare ai propri interessi oggi per salvare il proprio futuro domani. In pratica, come convincere gli italiani che devono votare politici che pensano all’interesse di tutti  e non a garantire tanti piccoli interessi particolari. Come convincere i dipendenti pubblici che il loro stipendio è superiore alla loro produttività se messa al confronto con quella dei nostri concorrenti internazionali, e che questo divario va ri-equilibrato. Come convincere gli anziani andati in pensione con il sistema retributivo che per pagare le loro pensioni e la loro cassa-integrazione  si sono svuotate le casse della previdenza e si e’ alzata l’età pensionabile, facendoli lavorare di più e tenendo fuori dal mondo del lavoro i giovani, fonte delle future pensioni e futuro dell’economia. Come convincere gli imprenditori, professionisti, lavoratori autonomi ed investitori che è meglio pagare le imposte come tutti, per pagare tutti meno. Come convincere i detentori di concessioni pubbliche e i beneficiari di settori protetti che la mancanza di concorrenza e’ un fattore di rallentamento dell’intera economia. Come convincere i lavoratori dipendenti e i sindacati che è fondamentale aumentare la competitività e la flessibilità delle proprie aziende, ed e’ dannoso irrigidire il mercato del lavoro per salvare il proprio posto di lavoro. Come convincere intere aree geografiche dell’Italia che piegarsi alla criminalità organizzata non significa garantirsi un lavoro, significa solo restare poveri e sottomessi per sempre; e magari morire di tumore. Come convincere tutti che è meglio far progredire nelle istituzioni pubbliche e nel mondo del lavoro chi e’ capace e può far crescere l’Italia, non chi ha un amico o chi si può corrompere. Che gli scenari sono cambiati, ed anche noi dobbiamo cambiare. Che il futuro e’ nella flessibilità, non nella rigidità. Che a forza di fare tutti i furbetti, ci siamo fregati con le nostre mani.

Come convincere la maggioranza degli italiani a pensare all’interesse comune, contemporaneamente. Questa e’ la domanda difficile. Se si trova la risposta, diventa superfluo discutere se uscire o no dall’euro.

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