Il reddito di cittadinanza e l’elefante che affonda

di Enrico Sestini

Mi spiace, non concordo con molte formulazioni del reddito di cittadinanza. Sono ottime per aumentare il consenso, pessime per risolvere i problemi del mercato del lavoro italiano. Possono andare bene per cambiare il dibattito politico, ma non proviamo a metterle in pratica, perchè sono inapplicabili e spingono nella direzione sbagliata.

Quando non vanno bene? Quando ribaltano sullo Stato l’onere di trovare un lavoro ai disoccupati, utilizzando strutture del tutto improbabili come i centri per l’impiego, i Comuni e le Regioni; quindi quando de-responsabilizzano i disoccupati dal cercarsi il lavoro. Quando ribaltano sullo Stato l’onere di verificare continuamente i requisiti di ammissibilità, portandolo a costruire ulteriori gigantesche e improduttive macchine burocratiche, una delle cause del declino italiano. Quando incentivano la rigidità del profilo lavorativo, prevedendolo nello stesso ambito di competenze passate del disoccupato, a pochi chilometri dalla sua residenza e con un reddito vicino al precedente; mentre invece lo Stato dovrebbe incentivare la mobilità verso profili lavorativi e settori in sviluppo, in ambiti territoriali in sviluppo, e a stipendi compatibili con l’esigenza di profittabilità delle imprese che si confrontano sui mercati internazionali. Quando promuovono l’entrata di stranieri in un mondo del lavoro già ingolfato, attirandoli con il miraggio di una rendita di sopravvivenza, se solo riescono ad arrivare in Italia e riescono ad ottenere la residenza e un qualsiasi lavoro per un limitato periodo di tempo.

In sintesi, penso sarebbe meglio spendere i 20 o 30 miliardi all’anno richiesti da queste proposte per de-fiscalizzare totalmente l’assunzione di giovani disoccupati in settori identificati come il futuro della nostra economia; de-fiscalizzare in questi settori i maggiori investimenti delle imprese rispetto alla media degli anni precedenti; lanciare un piano di lavori pubblici per mettere in sicurezza il territorio e gli edifici pubblici salvando molte vite umane, sostenendo il settore dell’edilizia, e risparmiando sui troppi disastri naturali; approntare un piano di sviluppo turistico nazionale e di sfruttamento sistematico del patrimonio culturale, il nostro tesoro nascosto che non sfruttiamo abbastanza; investire nella protezione dei prodotti made-in-italy in giro per il mondo, grande fonte di reddito per le nostre aziende; guidare e supportare le aziende nello sviluppo del mercati esteri.

Troppe formulazioni del reddito di cittadinanza sperano di salvare un elefante che affonda nelle sabbie mobili dandogli pasti di sopravvivenza per tenerlo in vita, e pungolandolo da dietro per costringerlo a muoversi, ma chissà in quale direzione. Secondo me non può funzionare. Meglio guardare attentamente lo spazio intorno all’elefante, capire dove c’e’ terreno abbastanza solido su cui possa camminare, rendere più solido quel terreno, e disseminare il percorso verso la salvezza di gustose carote. Solo allora vedremo l’elefante muoversi, di sua volontà e nella giusta direzione.

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