Per far ripartire l’Italia occorre un tesoretto. E sappiamo pure dov’e’

di Enrico Sestini

Senza un tesoretto non si va da nessuna parte, senza soldi i risanamenti sono solo lacrime e sangue, e spesso non hanno successo. Questo vale anche per l’Italia, vale soprattutto per l’Italia.

Per spiegarmi meglio faccio un esempio: che piaccia o no, la Fiat oggi e’ un’azienda che va bene. La Fiat va bene oggi perche’ e’ riuscita a risanarsi dieci anni fa, altrimenti oggi sarebbe già fallita e discuteremmo di perdita totale dell’industria dell’automobile italiana, non di perdita parziale di posti di lavoro. La Fiat si e’ risanata e va bene oggi perche’ aveva da parte un tesoretto che ha saputo investire bene, sul quale ha basato il proprio rilancio. Il tesoretto della Fiat valeva 1,5 miliardi di euro e lo aveva creato un signore di nome Paolo Fresco; nel 2000 aveva negoziato un accordo di cessione di quote della Fiat a General Motors che, se non rispettato, prevedeva una penale di 1,5 miliardi di euro. Che piaccia o no, sull’esercizio di quella penale Sergio Marchionne ha costruito il rilancio della Fiat. Senza quei soldi non sarebbe andato da nessuna parte, non avrebbe potuto eseguire quel piano brillante che gli ha permesso di salvare e rilanciare l’azienda.

Per rilanciare l’Italia occorre un tesoretto da investire, bisogna trovarlo e poi spenderlo bene. Il tesoretto non e’ la soluzione di tutti i problemi dell’Italia, e’ solo un carburante per sostenere l’avvio del processo, un modo poco traumatico per farlo partire. L’economia italiana e’ come una slitta incastrata nel ghiaccio, lo sforzo iniziale per farla ripartire e’ enorme, occorre un colpo fortissimo che stacchi i pattini dal ghiaccio e la avvii; solo dopo si porrà il problema di dirigerla nella giusta direzione, di rimuovere gli ostacoli che si trovano sul cammino, di eliminare i meccanismi che rischiano di portarla ad un nuovo blocco.

Di tesoretti in giro ce ne sono diversi: i più noti sono facili da raggiungere ma con molte controindicazioni, come la ricchezza privata degli italiani; altri tesoretti sono pericolosi da toccare, come la svalutazione competitiva della lira che si verificherebbe all’uscita dell’Italia dall’euro; altri tesoretti ancora sono perfetti ma difficili da ottenere, come la monetizzazione del debito pubblico italiano e la svalutazione dell’euro.

Sul primo tesoretto puntano i creditori dell’Italia, quelli che ci stanno lentamente dissanguando, ed e’ la strada che stiamo attualmente percorrendo: ci chiama compiti a casa, privatizzazioni (a favore di chi ha i soldi, che non e’ in Italia), flessibilità e diminuzione del costo del lavoro, patrimoniale, meccanismo di stabilità, unione bancaria, depositi in conto corrente a garanzia dei fallimenti bancari etc… La cronaca di questi giorni, insomma.

Sul secondo tesoretto puntano gli italiani che sono orgogliosi, i combattenti di natura e i nazionalisti. Si chiama uscita dall’euro e svalutazione competitiva, oppure affiancamento di una valuta nazionale all’euro. Se ne discute molto cercando di capire come realizzarla senza esserne scottati. La verità e’ che nessuno lo sa, perchè le variabili in gioco sono troppe e sono molto complicate da analizzare, dipendono troppo dal ‘sentiment’ dei soggetti coinvolti. Come reagiranno i risparmiatori italiani, continueranno come prima o ci sarà fuga dei capitali? Come reagirà il settore bancario, sopravviverà e si focalizzerà sull’erogazione del credito o fallirà? Come reagiranno gli investitori e speculatori esteri, capitalizzeranno le perdite o faranno valere i propri contratti presso fori competenti su cui non abbiamo giurisdizione? Come reagiranno le altre nazioni, subiranno o alzeranno barriere protezionistiche e applicheranno contro-svalutazioni per sterilizzare la nostra? Come reagirà il tessuto economico italiano, sopravviverà con il mercato interno, sfonderà sui mercati esteri o si bloccherà definitivamente? Come reagirà la gente, sopporterà o darà di matto e correrà dietro ai politici con i forconi? L’uscita dall’euro e la svalutazione competitiva forse può funzionare, ma e’ una gran brutta bestia, e’ infida e pericolosa. Conviene affrontarla solo se non ci sono altre soluzioni, se si e’ con le spalle al muro, e in quel caso bisogna agire con la rapidità e determinazione di chi non ha più nulla da perdere.

Sul terzo tesoretto puntano, secondo me, i più equilibrati. Si chiama monetizzazione del debito e svalutazione competitiva dell’euro, ovvero sottoscrizione di una parte del debito pubblico da parte della Banca Centrale Europea a tasso quasi zero, al posto dell’astronomico 3% al netto dell’inflazione che lo Stato Italiano paga oggi alle banche; neanche la Turchia paga oggi quel tasso. Tradotto in cifre, un tesoretto che vale ogni anno almeno 30 miliardi di euro di soli interessi sul debito, senza considerare i profitti dell’aumento di competitività delle esportazioni italiane fuori dall’Europa. Una enormità, riproducibile ogni anno, che si crea dal nulla con un semplice tratto di penna. La pietra filosofale, insomma. Quel tesoretto andrebbe immediatamente re-investito in una diminuzione sostanziale del cuneo fiscale per restituire maggiore competitività alle aziende e maggiore capacità di consumo ai lavoratori. Uno shock positivo per l’economia, immediato, un punto di partenza per poi affrontare tutti gli altri problemi strutturali.

A proposto di questo tesoretto, la domanda da porre e’ perche’ lo Stato Italiano da dieci anni paga tassi astronomici alle banche per indebitarsi quando quasi tutte le nazioni ricche, eccetto le nazioni facenti parte della Comunità Europea, si indebitano a tassi reali quasi nulli con le proprie Banche Centrali? La domanda vera e’ perchè tutte le nazioni del mondo da anni praticano la svalutazione competitiva, copiando noi italiani di trent’anni fa, mentre la Comunità Europea continua a rivalutare l’euro? Fino a qualche anno fa avremmo detto che lo facevamo per evitare l’inflazione, che annullava gli effetti positivi e complicava la gestione dell’economia. Ma oggi siamo nel 2014, esiste un’evidenza empirica lunga cinque anni negli Stati Uniti, in Cina ed in Giappone che dimostra l’esatto contrario: oggi quella tesi e’ insostenibile, neanche un ubriaco se la beve più. Chi sostiene oggi questa tesi lo fa per altre ragioni, perche’ in questo modo arricchisce il proprio paese ed indebolisce quelli che evidentemente considera suoi concorrenti (o peggio ancora, avversari) e non partner alla pari. Di nuovo, che senso ha pagare interessi alle banche sul debito pubblico oggi, quando si possono pagare interessi quasi nulli alla propria Banca Centrale? Non siamo negli anni Ottanta, nei quali occorreva mettere un freno all’esuberanza incontrollata della spesa pubblica, che in una economia in piena occupazione genera prevalentemente inflazione, con tutti i suoi effetti distorsivi. Non siamo negli anni Ottanta, quando le banche erano pubbliche e quindi pagare interessi sul debito pubblico era equivalente a trasferire soldi da una tasca all’altra: oggi le banche italiane sono ancora (quasi) pubbliche, perche’ controllate da Fondazioni a loro volta controllate da politici, ma le Fondazioni stanno per perdere il controllo nelle assemblee dei soci, e non ci sono golden share a favore dello Stato Italiano. Le banche italiane stanno per diventare a tutti gli effetti private, e pagare interessi sul debito pubblico alle banche significa a tutti gli effetti trasferire soldi in tasca a privati. E le banche straniere poi come ottengono i soldi da prestarci, su cui noi paghiamo salati interessi? Si rivolgono ad una Banca Centrale straniera che emette moneta che non gli costa nulla (o se preferite acquista titoli sul mercato secondario a tassi che ha comunque deciso lei rimettendo in circolo le riserve delle banche -ovvero denaro creato dal nulla- presso di lei depositate). Quindi le banche straniere ottengono interessi veri in Italia, che vanno ripagati con moneta già emessa o beni reali (il Colosseo, o casa vostra, per intenderci) prestandoci denaro creato dal nulla da un’altra Banca Centrale, perche’ la nostra non e’ autorizzata a farlo a causa del diktat della Germania. Ma ha senso tutto questo? E ha senso non emettere nuova moneta di banca centrale in Europa, provocando la rivalutazione dell’euro e perdita di competitività delle sue economi più deboli, quando tutte le nazioni del mondo stanno facendo da anni l’esatto contrario? No, non ha senso, o per lo meno non ha senso per quasi tutti, tranne che per qualcuno che ci guadagna, e molto. Non a caso la nazione che ci ha imposto questa regola assurda e’ l’unica che ci guadagna, e l’unica che si sta rafforzando.

Per concludere, in Europa bisogna andare con poche idee, molto chiare, e perseguirle con determinazione. Inserimento dell’obiettivo della piena occupazione nello statuto della BCE, da perseguire attraverso la monetizzazione del debito pubblico dei paesi più deboli, abbattimento sostanziale del cuneo fiscale e svalutazione competitiva (che si fa ma non si dice). Poi, modifica dei trattati con inserimento di clausole che penalizzino pesantemente i paesi con surplus commerciale verso l’Europa, al fine di provocare la convergenza delle economie, dato che oggi vengono penalizzati solo i paesi in deficit commerciale verso l’Europa. E per inciso, non sarebbe male congelare il processo di privatizzazione delle banche italiane (che non e’ ancora concluso nei fatti, secondo me), e promulgare leggi che limitino in modo ancora più sostanziale la cedibilità di pezzi del patrimonio e dell’economia italiana, cosi tanto per mettere le mani avanti in attesa di tempi migliori (leggendo prima ed interpretando con molta attenzione le leggi sulla libera circolazione dei capitali e sulla libera concorrenza in Europa, che ci possono solo danneggiare al momento). Nel frattempo costruire l’arma ‘di fine di mondo’, ovvero la pianificazione del ritorno alla moneta nazionale attraverso l’affiancamento della stessa all’euro, arma da non usare preferibilmente, ma da mostrare con discrezione e determinazione nelle sedi opportune per essere credibili nella negoziazione di cui sopra. E’ il principio della deterrenza, no?

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