Il cambiamento di paradigmi necessario in Europa ed in Italia

di Enrico Sestini

E’ successo tante volte negli ultimi 25 anni, l’ho sperimentato più volte di persona: quando una grande azienda e’ in crisi profonda e non riesce a riprendersi perche il modello di business e’ stato compromesso, prima o poi arriva un nuovo management che fa questo discorso: per salvare l’azienda non basta tagliare i costi, razionalizzare i processi aziendali, identificare nuove fonti di entrate e investire su di esse; occorre rimettere in discussione le basi stesse del modo di lavorare, occorre rimettere in discussione i principi alla base del funzionamento dell’azienda stessa.

Oggi, quando sento questi discorsi all’interno di uno scenario di crisi profonda so che si e’ vicini ad una svolta, che finalmente si fa sul serio; fino a quel momento so che si chiacchiera, che non si e’ vicino ad una svolta, che non ci sono speranze per il futuro. Di solito la svolta viene annunciata con un evento o una convention dal titolo ‘Il cambiamento dei paradigmi’ o qualche cosa di simile; i sacri testi di management ad Harvard o Yale la chiamano ‘paradigm shift’ o ‘changes of paradigms’. Alla convention vengono invitati psicologi, evangelizzatori, uomini di successo o affabulatori per convincere tutti i dipendenti che il presupposto della rinascita e’ la messa in discussione dei principi su cui si e’ impostato il lavoro ed il successo passato, perche’ questi principi non funzionano più e sono diventati ostacolo all’indispensabile cambiamento. Ad una crisi strutturale del modello di business, ovvero del meccanismo attraverso il quale l’azienda guadagnava e cresceva, deve corrispondere un cambiamento radicale dei principi su cui si e’ basato il successo passato.

Questa logica si applica anche alla grande azienda che noi chiamiamo Italia.

E’ indubbio che il nostro modello di business sia in profonda crisi, che quel mix di creatività, flessibilità, duro lavoro, individualismo, scarsa disciplina di gruppo e limitata aderenza alle regole comuni non funzioni più, non faccia guadagnare, non garantisca un futuro migliore o sereno. Tralasciamo le cause della crisi, su cui il dibattito e’ ampio ed adeguatamente frammentato: colpa della globalizzazione, colpa della crescita degli standard di vita superiore alla crescita della produttività, colpa degli eccessi del liberismo capitalista, colpa dell’euro etc. La crisi e’ figlia di tutto questo, possiamo solo discutere sulle cause principali e di quelle secondarie. Segnalo solo che non sento nessun politico alzare la mano e dire che per uscirne dobbiamo cambiare radicalmente i paradigmi, e per questo sono molto preoccupato. Stiamo continuando a chiacchierare, a parlarci addosso, a perdere tempo prezioso; e il precipizio del fallimento matematicamente si avvicina.

Per cui mi sono segnato alcuni cambiamenti di paradigmi che ritengo indispensabili, alcuni principi che fino ad oggi abbiamo considerato indiscutibili e che invece secondo me vanno messi in discussione, pena il declino ed il fallimento dell’Italia come nazione e come azienda. Tre cambiamenti di paradigmi da sdoganare in Europa, e tre cambiamenti di paradigmi da sdoganare in Italia: coinvolgiamo tutti, per equità.

Cambiamento dei paradigmi in Europa :

1) Diamo per scontato che gli 80 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico che paghiamo ogni anno vadano pagati tutti. Io non ne sarei cosi sicuro, e non lo dico da debitore strangolato, lo dico da uomo di azienda. Con un’inflazione all’1% parliamo di un interesse reale del 3%, un’enormità per una nazione industrializzata e ricca di beni che fanno gola a tutto il mondo. Non c’e’ dubbio che siamo solvibili, che un creditore insoddisfatto sa dove mettere le mani per recuperare il credito, ovvero nei conti correnti dei privati e delle aziende in caso di fallimento bancario (automaticamente generato da un fallimento dello Stato Italiano) e nelle proprietà immobiliari e mobiliari attraverso una maggiore tassazione imposte dall’Europa: le ultime regole che abbiamo accettato in materia di Fiscal Compact ed Unione Bancaria che altro sono se non questo? Ce n’e’ per coprire l’intero debito pubblico italiano, per cui non ha senso pagare interessi da debitore a rischio insolvenza. E come siamo arrivati a questa situazione? Perche’ abbiamo una Banca Centrale che non può finanziare gli Stati, ma può prestare ad interessi quasi nulli alle banche che lucrano enormi interessi finanziando lo Stato Italiano. Mi starebbe bene se le banche fossero tutte italiane e tutte pubbliche, perche’ sarebbe un trasferimento da una tasca all’altra dell’Italia, non mi sta bene se le banche sono tecnicamente o sostanzialmente private e non tutte italiane, perche’ questo e’ un trasferimento immotivato di ingenti risorse, un dissanguamento ingiustificato dell’Italia. In giro per il mondo le Banche Centrali da 5 anni finanziano direttamente o indirettamente i propri Stati ad interessi vicini al tasso di inflazione, senza generare nuova inflazione e a costo reale quasi nullo, non vedo perche’ noi dobbiamo essere gli unici al mondo che accettano questa Banca Centrale e queste regole. Per intenderci, il debito pubblico ad oggi e’ composto all’80% da interessi pagati negli anni sul debito, paghiamo interessi per prendere capitali a prestito che ripagano interessi pregressi; oltre il 40% dell’intero debito attuale e’ stato generato da interessi pagati dopo la nascita dell’Euro, debito da interessi che aumenta in misura superiore alla nostra capacità di ripagare gli interessi: siamo incravattati dagli strozzini. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: monetizzazione del debito dei paesi europei in crisi fino a quando il loro tasso di inflazione reale e’ inferiore al 2% (meglio sarebbe al 3%) purche’ si conservi avanzo primario e purche’ si reinvesta i molti miliardi risparmiati in serio sviluppo economico. Le istituzioni europee possono discutere su come investire al meglio i miliardi e sul tasso di inflazione massimo che escluda qualsiasi forma di mutualizzazione del debito, non possono discutere sulla monetizzazione a queste condizioni; altrimenti sono palesemente false, mentono sapendo di mentire quando affermano che e’ una forma di mutualizzazione del debito pubblico dei paesi europei indebitati a danno dei paesi europei ricchi, dimostrano di essere al soldo di privati (i poteri forti?) che evidentemente le controllano, che impongono senza passare per l’urna regole che li arricchiscono ingiustamente.

2) Diamo per scontato che facciamo parte di una Europa rigidamente collegata da una moneta comune, quindi con economie che dovrebbero marciare alla stessa velocità, dove però le economie più forti possono correre liberamente e le economie più deboli sono obbligate a recuperare il divario, costi quel che costi. Ma chi lo ha deciso? Change of paradigm, il paradigma va cambiato: ci si trova a metà strada, le economie più deboli si ristrutturano per recuperare metà del divario, le economie più forti rallentano per colmare metà del divario, consumando di più (quindi rendendo più felici i propri cittadini), acquistando i prodotti dei paesi più deboli per aiutarli a recuperare. Non e’ un trasferimento di risorse unilaterale o un regalo, e’ una regola base della relazione tra nazioni che hanno intrapreso un cammino comune. Ad esempio, il debito di 250 miliardi della Banca Centrale Italiana verso le Banche Centrali di altri paesi europei (il saldo Target 2), debito contratto principalmente per acquistare le loro merci e per arricchirli, va saldato unicamente con merci italiane entro 5 anni, altrimenti va annullato (ed allora si che abbiamo un trasferimento unilaterale). E’ un semplice principio di simmetricità, non un regalo; e stiamo parlando di un incremento del 3% del Pil italiano per 5 anni, quello che ci serve per stare dentro il Fiscal Compact per 5 anni e per rilanciare la nostra economia.

3) Diamo per scontato che possiamo permetterci un Euro forte perche’ il paese più forte in Europa ne trae beneficio, anche se i paesi con minore competitività internazionale ne sono fortemente danneggiati. E’ una scelta equilibrata, e’ una scelta sensata? No di certo, e’ una scelta vessatoria. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: il tasso di cambio dell’euro va agganciato unicamente al contesto internazionale. Se tutte le principali economie al mondo svalutano per finanziare la propria economia e per essere competitive sui mercati esteri noi dobbiamo fare altrettanto.

Cambiamento dei paradigmi in Italia :

I tre cambiamenti di paradigma in Italia sono altrettanto pesanti, ed indispensabili per essere credibili in Europa: come si può chiedere ad altri dei cambiamenti se non si e’ pronti a cambiare per primi? Sono tre cambiamenti importanti, che vanno a toccare le ragioni più profonde della crisi della nostra società, che vanno a smascherare le nostre debolezze e meschinità come popolo, che da sole possono cambiare il corso della nostra storia.

1) Diamo per scontato che i diritti acquisiti non si toccano. Non ce lo possiamo più permettere. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: i diritti acquisiti vanno tutti ridiscussi ed allineati a principi di giustizia ed alle reali capacità dell’Italia, nell’interesse del futuro della nostra economia e nell’interesse delle generazioni che ci seguiranno. Quindi le pensioni con il sistema retributivo vanno ricalcolate con il sistema contributivo, con un livello di pensione minima per principio di solidarietà ed un livello di pensione massima per principio di co-responsabilità nell’attuale disastro da parte di chi ha guadagnato e deciso evidentemente di più nel passato. Quindi gli stipendi nella pubblica amministrazione vanno allineati alla loro produttività. Quindi la certezza e la tutela del posto di lavoro nel settore pubblico va allineata a quella del settore privato. Quindi la certezza e la tutela del posto di lavoro nel settore privato va allineata a quella dei lavoratori autonomi.

2) Diamo per scontato che lo Stato Italiano possa intervenire a sostegno di tutte le aziende e di tutti i lavoratori. Irrealistico, purtroppo. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: lo Stato Italiano deve intervenire solo nei settori trainanti nel futuro, quelli che sorreggeranno la futura economia, e incentivare o provocare il trasferimento di risorse umane e finanziarie dai settori strutturalmente in declino a quelli nascenti o in crescita. Che senso economico e strategico ha avuto finanziare la cassa integrazione di aziende che producevano tubi catodici per televisori? Nessuno; forse aveva più senso finanziare la ricerca&sviluppo e gli impianti di aziende che sviluppavano pannelli Lcd per televisori. Che senso economico e strategico ha avuto finanziare la costruzione di impianti per la lavorazione dell’alluminio in Sardegna? Nessuno. In un paese che si e’ imposto con il referendum contro il nucleare il costo più alto dell’energia al mondo non ha senso finanziare un’industria che consuma molta energia; in Sardegna, poi, che potrebbe vivere di turismo, agricoltura di qualità, itticoltura ed energia solare. Non era meglio spendere quei soldi per finanziare tanti piccoli imprenditori, una politica di trasporti e di accoglienza in sinergia con il turismo ed il commercio, una politica di ricerca&sviluppo delle fonti di energia alternative?

3) Diamo per scontato che la meritocrazia e la libera concorrenza sia un cruccio da americani e neo-liberisti. Profondamente sbagliato. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: la meritocrazia e la libera concorrenza, nel rispetto dei principi di tutela dei settori e degli interessi comuni devono essere la base su cui si fonda il funzionamento di tutta la nostra società. Avanti chi merita per capacità ed impegno, non per familiarità, amicizia o appartenenza al gruppo. Smantellamento degli oligopoli e dei settori protetti. Ma controllo in mano allo Stato dei settori che erogano servizi comuni primari, gestiti con alti livelli di efficienza e professionalità.

Il tempo delle vacche grasse e’ finito, e la matematica della crisi soffia sul nostro collo. Per non crollare dovremo firmare prima o poi una cambiale in bianco, e sarebbe meglio firmarla a favore di un cambiamento in positivo, non di un cambiamento in negativo. Sarebbe meglio firmarla per riformare la nostra società, non per svendere il nostro patrimonio ai creditori. Sarebbe meglio firmarla all’interno di un processo democratico, non attraverso un processo antidemocratico o scarsamente democratico, come quello che va in scena da anni all’interno delle segretissime riunioni del Consiglio Europeo, dove i voti delle singole nazioni non si contano, ma si pesano.

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