La monetizzazione del debito pubblico, questa sconosciuta

di Enrico Sestini

Quando si parla di monetizzazione del debito pubblico tutti pensano a fiumi di denaro che si riversano sull’economia, all’inflazione, allo Stato che stampa moneta e finanzia i propri vizi, dalla spesa pubblica inutile alle clientele. Nulla di tutto questo: quando si parla di monetizzazione del debito pubblico oggi si intende solo minore costo degli interessi sul debito pubblico, nulla di più o di meno. E vi sembra poco? Parliamo di una cifra compresa tra 30 e 50 miliardi di euro ogni anno per l’Italia, almeno la metà degli interessi pagati sul debito pubblico, un’enormità.

La monetizzazione del debito pubblico, cosi come viene praticata oggi, significa creazione di base monetaria da parte della Banca Centrale (Europea) a fronte dell’acquisto sul mercato secondario di titoli di stato (italiani). Il che determina un incremento del loro prezzo, in quanto sono più richiesti, ed un conseguente abbassamento degli interessi pagati: che e’ l’unica cosa che conta. La paura di aumento incontrollato dell’offerta di moneta e di conseguente inflazione infatti è nullo ad oggi, come tutti i principali economisti sostengono: la base monetaria rappresenta infatti meno del 10% dell’offerta di moneta, e la base monetaria non determina più l’offerta di moneta attraverso il meccanismo della riserva obbligatoria e del moltiplicatore del credito. L’offerta di moneta, ed il rischio che un suo aumento determini inflazione invece che piena occupazione è oggi determinata dalla quantità e dalla qualità della domanda di moneta, ovvero dalla richiesta di prestiti da parte delle aziende privati e Stati per investimenti e consumi, e dalla capacità di trasformare la moneta in nuovi beni invece che in maggiori prezzi dei beni esistenti. Se non ci sono opportunità di business per le imprese, se non ci sono aspettative rosee che inducono al consumo privato, se viene proibito agli Stati di spendere non c’e’ domanda di moneta, quindi le banche non creano moneta bancaria (il 90% del totale dell’offerta di moneta) ed il problema dell’inflazione non si pone. La restante parte dell’offerta di moneta, quel 10% rappresentato dalla base monetaria creata dalle Banche Centrali e’ oggi ininfluente, le Banche Centrali possono creare base monetaria senza paura, con unico effetto di diminuire il costo del debito dello Stato. E’ questo che gli economisti intendono quando dicono che ‘il cavallo non beve più’, ‘non puoi spingere una corda’, ‘siamo nella trappola della liquidità’.

Non stiamo parlando di teoria, ma di fatti concreti. Gli Stati Uniti seguendo questa logica hanno creato oltre 3.000 miliardi di dollari di base monetaria, hanno contenuto l’inflazione al 2% ed hanno abbassato il costo del debito pubblico americano al 2%, quindi il costo reale del debito pubblico americano e’ sostanzialmente nullo. Con i risparmi hanno finanziato l’economia, che oggi cresce ad un tasso del 3%, rendendo l’enorme debito pubblico più che sostenibile dato che il Pil cresce del 3%, e quindi le imposte con cui ripagare il debito crescono del 3%, mentre gli interessi da pagare sono il 2% del debito; e stanno iniziando a cancellare una parte della base monetaria ormai non più necessaria (il ‘tapering’). Gli inglesi si sono ben guardati da entrare nell’euro ed hanno monetizzato il debito pubblico. I giapponesi, visto i risultati americani si sono accodati e stanno facendo la stessa cosa. I cinesi, i russi, i brasiliani etc. quasi certamente fanno la stessa cosa; il dubbio e’ solo formale, visto che non sono obbligati a comunicarlo. Gli unici a non farlo siamo noi europei. A causa della Banca Centrale Europea, installata a Francoforte in Germania, guidata nei fatti dalla linea di pensiero della Banca Centrale Tedesca di Weidmann, che ha un costo reale del debito pubblico praticamente nullo, che sembra ben contenta di rifiutare all’Italia quelle decine di miliardi di euro indispensabili a rilanciare la crescita del Pil ed a rendere sostenibile il proprio debito pubblico, che condanna l’Italia a pagare ogni giorno un astronomico 3% di interesse reale alle banche. La domanda da porsi é:  perchè?

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