A proposito di Fiscal Compact

di Enrico Sestini

Non sono contrario al Fiscal Compact a priori. In fondo sancisce un principio giusto, il principio che dobbiamo ripagare in fretta un grosso debito, per non lasciarlo in mano ai nostri figli aumentato dagli interessi che li strangolerebbero definitivamente. Il principio e’ giusto e condivisibile, farei lo stesso se riguardasse la mia famiglia. Sono contrario al Fiscal Compact a causa di chi ce lo impone, e per il modo in cui ci chiede di onorarlo. In fondo, noi potremmo onorare il Fiscal Compact se si verificassero certe condizioni più favorevoli, e onorandolo salveremmo la nostra economia ed il futuro dei nostri figli.

Il Fiscal Compact e’ quel trattato europeo, accettato e controfirmato dal nostro Parlamento, che ci impone di riportare il rapporto deficit/pil dall’attuale 134% al 60% in venti anni. Entra in vigore nel 2015, anno in cui e’ al momento è previsto un +2,6% di incremento di tale rapporto, rapporto che dovrebbe essere immediatamente portato intorno al -3%. Per farlo, senza entrare troppo nei tecnicismi alquanto complessi del meccanismo occorre fare una manovra di correzione dei conti pubblici dai 30 ai 50 miliardi di euro stabile per 20 anni. Una enormità, una follia. Per realizzare la manovra occorrerebbe imporre una gigantesca patrimoniale, licenziare a piene mani nel settore pubblico, svendere tutti i pezzi pregiati della nostra economia a chi ha capitali da investire, bloccare tutti gli investimenti pubblici. Ovvero strangolare la nostra economia, avvitandola definitivamente in una spirale recessiva ed autodistruttiva.

Messa in questo modo non abbiamo alternativa, dobbiamo denunciare il trattato e non onorarlo, con tutte le conseguenze del caso: procedura di infrazione europea, penali astronomiche non onorabili, fuoriuscita dall’Unione Europea, crisi nera. Eppure il principio del Fiscal Compact e’ giusto. Sarebbe bello poterlo onorarlo. Ma e’ possibile farlo senza inguaiarsi e senza impoverirsi? Si! Per capire come farlo, occorre partire dall’inizio, da chi ce lo impone e perche’. Ovvero dalla posizione della Germania.

Una prima teoria rileva che la Germania è la principale beneficiaria del Fiscal Compact, e per questo vuole imporlo. Un elevato debito pubblico italiano, se inserito in una Unione Europea completa e solidale costringerebbe la Germania ad onorarlo in caso di nostro default nella misura del 27%, e non ha intenzione di farlo. Inoltre, imponendo il Fiscal Compact indebolisce la nostra economia, ovvero la sua maggiore concorrente industriale in Europa. Per finire, realizzando il Fiscal Compact la Germania si mette in condizione di comperare i pezzi pregiati della nostra economia. Un trionfo. Una guerra vinta senza il bisogno delle armi, la sublimazione della politica, il perfezionamento della teoria di Von Clausewitz (con due guerre mondiali la Germania aveva provato a dimostrare che ‘la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi‘; dopo due fallimenti sta lavorando per dimostrare che ‘la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi’ e sembra che ci stia riuscendo). Siamo entrati in Europa claudicanti, con una economia indebitata e affannata, ma ancora forte. Abbiamo sperato che ci aiutassero a risanarla, o forse abbiamo sperato che ci permettessero di continuare a vivere sopra le nostre possibilità. Invece la Germania ci ha azzoppato, imponendo una Banca Centrale Europea che non finanzia gli Stati e che li costringe a pagare altissimi interessi alle banche, interessi che strangolano l’economia, ed ha inibito la possibilità di generare una modesta inflazione che ripianasse senza esborsi il debito pubblico. Poi ha imposto un euro forte, che arricchisce la sua economia molto competitiva ma impoverisce la nostra, meno competitiva. Il danno e la beffa, insomma.

Una seconda teoria rileva che la Germania impone a noi la stessa cura che ha imposto a se stessa, in modo equo. Ci moralizza, ci mette di fronte alle nostre responsabilità prima che sia troppo tardi. Ci costringe ad agire con la diligenza del buon padre di famiglia. Ci costringe a pensare al futuro dei nostri figli. Applica a noi le stesse regole calviniste e newtoniane che applica a casa sua, secondo le quali e’ giusto che il debole soccomba per lasciare spazio al più forte, per rendere di nuovo competitiva l’Europa nei confronti della Cina, degli Stati Uniti, del resto del mondo.

Ciascuno di noi può spaziare tra queste due visioni alternative, legittimamente. Il bello e’ che possiamo scoprire quale delle due sia quella vera, e contemporaneamente provare a rispettare il Fiscal Compact per salvare il futuro dei nostri figli. Come? Seguitemi.

Nessuno ne parla, ma in verità ci sarebbe un altro modo per rispettare il Fiscal Compact, rientrare del debito, accrescere la nostra economia e non svendere il nostro patrimonio. Fidatevi quando vi dico che al momento, per rispettare il Fiscal Compact occorrerebbe un avanzo primario del settore pubblico del 4,5%, contro il 2,5% attuale (ovvero 30 miliardi di euro). E che poi ne servirebbero almeno altrettanti per far ripartire la nostra economia. Fidatevi quando vi dico che questi soldi magicamente apparirebbero se il Pil italiano crescesse regolarmente del 3%, l’inflazione fosse sempre compresa tra il 2% ed il 3%, ed i tassi di interesse sul debito pubblico fossero intorno al 2%, comunque in linea con l’inflazione. Investendo bene il tesoretto potremmo risanare la nostra economia e la nostra società, ripagare metà del nostro debito pubblico in 20 anni, rispettare il Fiscal Compact e salvare il futuro dei nostri figli.

Bene, direte voi. Ma l’economia dell’Italia non cresce ad un tasso del 3% dal tempo del dopoguerra, come si fa? Il bello e’ che e’ possibile, se la Germania ci apre il suo ricco mercato interno. Il bello e’ che la Germania controlla nei fatti le chiavi della Banca Centrale Europea, quindi controlla il tasso di interesse sul debito pubblico, il tasso di inflazione ed il tasso di cambio dell’euro (che a sua volta determina la competitività delle merci italiane all’estero). Il bello e’ che se la Germania vuole ci tira fuori dai guai; se non vuole, ci ha dato una risposta definitiva sulla sua natura storica e sul destino dell’Europa.

Cosa dobbiamo fare, quindi? Andare in Europa con determinazione e posizione negoziale dura, chiedendo la monetizzazione della metà del nostro debito pubblico; procedure di infrazione molto onerose per i paesi europei che detengono surplus commerciali nei confronti degli altri paesi europei; il ripianamento dei saldi Target 2 in 5 anni esclusivamente con merci dei paesi debitori, pena la perdita di tali saldi; una potente ed immediata svalutazione dell’euro. In cambio dovremmo offrire un rigido controllo dei prezzi per non sforare il tasso di inflazione del 2% o 3%, e serie politiche di miglioramento della nostra economia e del funzionamento della nostra società. Se la Germania accetta ottiene il risanamento della terza economia europea a costo zero. Se rifiuta chiarisce in via definitiva la sua vera natura. Con tutte le conseguenze del caso.

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