L’insostenibile crescita del Pil

di Enrico Sestini

Il ragazzo e’ a metà di una pista da sci molto scoscesa, una nera. La visibilità e’ poca, fa molto freddo e presto nevicherà. La pista e’ al limite delle sue capacità tecniche, ed ha paura. Cerca di concentrarti e pensa a quello che ha sempre detto il maestro: non aver paura, non portare il peso indietro sulle code, non allontanarti dal pericolo, così perdi il controllo degli sci e cadi; porta il perso avanti, anche se ti sembra di precipitare, anche se il tuo spirito di conservazione ti dice di fare il contrario.

La crisi della nostra economia e’ come quella pista di sci, ed e’ nera, al limite delle nostre capacità. Se ci fossimo arrivati più preparati non avremmo paura, e la percorreremmo senza difficoltà. Se ora ci tiriamo indietro e blocchiamo gli investimenti ed i consumi ripagando il debito pubblico con il nostro patrimonio privato e pubblico siamo perduti, cadiamo e non ci rialziamo più. La soluzione e’ nel portare il peso in avanti, nel buttare il cuore oltre l’ostacolo, nel provocare un’accelerazione del Pil molto sostenuta che alimenti gli investimenti, aumenti i consumi, e generi sufficienti imposte per ripagare il debito pubblico. Con una crescita del Pil costante al 3%, come attualmente negli Stati Uniti, un’inflazione sotto controllo al 2% ed un abbassamento dei tassi di interesse sul debito pubblico intorno al 2%, come in tutti i paesi che dispongono di una moneta sovrana in questo momento, l’Italia sarebbe in grado di dimezzare e rendere sostenibile il debito pubblico in 20 anni, sarebbe in grado di rispettare il Fiscal Compact senza impoverirci e svendere il nostro patrimonio.

La crescita del Pil al 3%, questo è l’obiettivo primario, non l’austerity o l’uscita dall’Euro. E per ottenerla bisogna impostare un piano molto aggressivo, e bisogna riformare molto rapidamente la nostra società. La crescita del Pil, principalmente dell’industria e del terziario, e’ la ricetta giusta per tutte le economie occidentali in crisi a causa dell’aumento delle aspettative di vita e delle aspettative di qualità della vita. E’ la ricetta anche dei paesi emergenti, che a quegli stessi standard di qualità della vita desiderano arrivare rapidamente. E’ la ricetta anche dei paesi arretrati, che soffrono per la povertà e per l’aumento incontrollato della loro popolazione. E’ la ricetta dell’umanità dal diciannovesimo secolo in poi.

Ma tutta questa crescita e’ sostenibile? Un recente studio della Nasa dice di no, dice che tra soli 20 anni gli attuali tassi di crescita della nostra civiltà diventeranno insostenibili. Mettendo sotto osservazione cinque fattori di rischio, ovvero la popolazione, l’agricoltura, l’acqua, l’energia ed il clima, lo studio dice che siamo ad un passo dal baratro, dal far innescare un meccanismo non più controllabile, ed inesorabile, di collasso della nostra società. Ed il collasso di un ecosistema e’ sempre un fenomeno rapido, esponenziale, che si comprende solo quando ci si è dentro e non si può fare più nulla. Drammatico per noi, normale amministrazione per la natura, abituata a questo da sempre. La Terra continuerà anche senza di noi, siamo i nuovi dinosauri, con la sola differenza che l’asteroide che ci distruggerà lo abbiamo costruito con le nostre mani.

Quindi se noi italiani raggiungiamo il tanto desiderato tasso di crescita del Pil al 3% per 20 anni ripaghiamo il debito, non ci impoveriamo, ma contribuiamo insieme a tutta l’umanità ad autodistruggerci. Che bel risultato! Scendiamo con successo la pista da sci, e poi una valanga ci sommerge di neve e ci uccide. Che succeda tra soli 20 anni o tra 50 anni poco importa, noi oggi sappiamo con certezza che questo accadrà. Qui ci serve una visione d’insieme, una strategia che ci salvi.

La visione c’e’, probabilmente: trasformare la minaccia in opportunità. Se dobbiamo far crescere la nostra economia per un lungo periodo di tempo occorre che il mercato comperi prodotti e servizi italiani in maniera crescente nel tempo. E quale bisogno sarà crescente nel futuro, quale bisogno non soddisfatto già da altri nostri concorrenti crescerà con certezza, in quale business dobbiamo investire senza essere poi da questo distrutto? Il business della sostenibilità ambientale! Sarà un business fiorente, per il quale il mercato pagherà cifre crescenti, del quale non potrà fare a meno e tra 20 anni sarà centrale in tutte le economie. Sembra banale, tutti lo dicono e tutti ne parlano, la sostenibilità ambientale e’ sulla bocca di tutti ma si fa poco, forse perchè sembra lontana, forse perchè viene sempre vista come un costo. Ma e’ anche un ricavo, un grande business, e lo sarà soprattutto per quei paesi che sono dotati di competenze tecnologiche e scientifiche, di inventiva e di grande capitale umano. Chi meglio di noi?

Facciamo quindi degli esempi, solo degli esempi. La riqualificazione energetica sarà un grande business del futuro, dobbiamo imporla e finanziarla a casa nostra per andare poi a venderla in giro per il mondo. Idem per l’energia solare, che noi possediamo in grande quantità soprattutto al sud e che ci risolverebbe qualche problemino energetico, oltre che metterci in condizione di vendere un prodotto appetibile in tutto il mondo. E poi lo smaltimento dei rifiuti, la pulizia delle acque sporche, l’agricoltura povera di acqua, l’itticultura, i sistemi di controllo delle acque, i sistemi di controllo dei consumi etc. La lista e’ lunghissima.

Qual’e’ il limite del modello, e quali le raccomandazioni? Il business della sostenibilità ambientale e’ già un business oggi, ed è un business che a volte richiede grandi investimenti, al di fuori della nostra portata. Dobbiamo rimanere ai margini dei grandi investimenti, e finanziare tanti piccoli investimenti, rispettando il modello di successo del nostro paese, basato su creatività, diffusione e concretezza. Poi dobbiamo spostare gli investimenti dell’Italia dalla logica del sussidio al disoccupato e del sostentamento di mercati maturi alla logica del finanziamento della ricerca applicata all’industria ed ai servizi. Quanto renderebbero i 30 miliardi di euro necessari al reddito di cittadinanza se si riuscisse ad investirli nelle università e nelle imprese in modo produttivo, ottenendo prodotti e servizi immediatamente vendibili invece che gente al bar, sterili studi o macchinari non utilizzati? Questa è la vera frontiera, quello su cui dobbiamo concentrarci.

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