Ma perche’ protestano?

di Enrico Sestini

Da anni i telegiornali sono pieni di reportage sulla crisi dell’Ilva di Taranto, sul ridimensionamento delle acciaierie di Terni della Thyssen Krupp, sulla chiusura dell’Alcoa in Sardegna. I lavoratori protestano cercando di salvare il posto di lavoro, le amministrazioni pubbliche protestano cercando di salvare le proprie comunità, altri protestano per ragioni ideologiche. Ma qual’e’ la domanda vera che dovrebbero invece porsi?

La domanda non e’ perche’ queste aziende stiano tutte chiudendo, la domanda e’ come queste aziende abbiano fatto a rimanere aperte per cosi tanti anni. La loro fine era annunciata, inevitabile, prevedibile da anni. Quelli che protestano potrebbero festeggiare per aver rimandato per cosi tanti anni la fine inevitabile, non protestare perche’ questa e’ arrivata.

Vi sembra cinico quanto ho da dire? Cambiate canale e vivrete meglio. Ma il problema non si sposterà di un millimetro, anzi il problema diventerà sempre più ingestibile. Il problema e’ grosso, generalizzato, e a nessuno sembra convenire affrontarlo. Se avete lo stomaco forte, parliamone.

La fine di quelle azienda e’ stata decretata molti anni fa, esattamente 25 anni fa, nel 1987, con il referendum sul nucleare. A quei tempi la maggioranza fece una scelta accettabile o condivisibile, anche se di scarso senso pratico. Si decide di seguire quella strada non facendo nulla per compensare la scelta, purtroppo, sperando forse in qualche scoperta scientifica risolutrice come il solare a basso costo o la fusione nucleare controllata; e sperando che tutti gli altri paesi del mondo ci avrebbero seguito, altrimenti le loro economie si sarebbero avvantaggiate sulla nostra. Come e’ poi successo. L’errore non e’ stato il referendum sul nucleare, ma il non prendere atto della decisione ed agire di conseguenza. Se dismetti un’industria in attività come il nucleare (con i sui bei rischi, ammettiamolo) hai dei costi aggiuntivi di smantellamento ed un maggiore costo dell’energia per l’azzeramento del valore dell’investimento. Se poi rincari la dose scegliendo fonti di energia più pulite ma più costose quali il gas, hai inequivocabilmente fatto una scelta di campo: hai deciso di dismettere la siderurgia, la chimica, e tante industrie affamate di energia a favore di un ambiente più pulito e più sano. Per cui e’ meglio pianificare da subito la transizione di queste aziende verso qualcos’altro. E’ stato fatto? No. Per cui i lavoratori oggi si trovano senza lavoro e senza un’alternativa lavorativa. Inevitabile.

Questo errore sarebbe ancora accettabile se fosse isolato, o relegato ad anni passati. Purtroppo invece e’ molto attuale, e viene reiterato ogni giorno, costantemente ed in modo diffuso; e questo meccanismo sta progressivamente dissanguando l’Italia. Non e’ un problema di de-industralizzazione, e’ un problema di politica economica, di disinvestimento in alcuni settori e reinvestimento in altri settori. Visto che non si nuota nell’oro, se si decide di rendere anti-economica la produzione dell’alluminio in Sardegna si devono spostare le risorse economiche dai sussidi all’Alcoa o dalla cassa integrazione dei lavoratori dell’Alcoa al turismo o altro ancora (Tiscali fu un buon esempio) che possa creare nel tempo dei posti di lavoro per i disoccupati dell’Alcoa o per i loro figli. Altrimenti si bruciano le risorse a disposizione per mantenere il passato, e non per garantire un futuro. Questo e’ l’errore cruciale, la difesa dello status-quo in un mondo che avanza e che sta rapidamente cambiando: se avessero dato a Tiscali (o ad altri) i vantaggi fiscali erogati ad Alcoa per produrre alluminio, credo che oggi avremmo più banda larga in Italia, più telecomunicazioni italiane, più servizi a valore aggiunto italiani, ed un saldo positivo di posti di lavoro.

Ditemi, che senso ha pagare la cassa integrazione ad un’azienda che produce televisori a tubo catodico? Avrebbe senso se i tubi catodici avessero un futuro sul mercato, ma parliamo di una tecnologia morta. A Milano questa cassa integrazione e’ stata pagata dieci anni fa, e contemporaneamente sono state negate risorse ad aziende come la mia, che sviluppava software; ed oggi quel software viene venduto da aziende americane a carissimo prezzo, ed i televisori sono tutti schermi piatti prodotti e venduti da multinazionali coreane e giapponesi.

E poi: che senso ha oggi pagare la cassa integrazione per le aziende del settore automobilistico? La Fiat ha fatto delle scelte, aiutata o spinta da argomentazioni di convenienza economica, da decisioni sindacali anacronistiche, da precise visioni di mercato. La Fiat ha deciso di portare la testa dell’azienda e un pò alla volta la produzione (ad eccezione dell’alta gamma) fuori dall’Italia, quindi il settore manifatturiero automobilistico sara’ profondamente mutilato in Italia, e pagare la cassa integrazione alla Fiat e al suo indotto e’ solo un modo per garantire un presente e negare un futuro a Torino. Vogliamo prendere atto di questo fatto o no?

E ancora: e’ di questi giorni la notizia che nell’Ilva verranno iniettati miliardi di euro pubblici, per farla sopravvivere e renderla attraente a qualche potenziale acquirente. Quante probabilità abbiamo che quei soldi siano ben spesi? Molto poche. Agli acquirenti non interessa la capacità produttiva, interessa la capacità commerciale, esattamente la stessa cosa che volevano i tedeschi della Thyssen Krupp a Terni. Compreranno per prendere il mercato, promettendo di garantire i livelli occupazionali, e dopo qualche anno verranno a spiegarci che gli impianti italiani non sono competitivi, e che pertanto vanno chiusi. Da quel momento l’acciaio arriverà dall’India, o da qualche altra parte del mondo. Quanto renderebbero quei miliardi investiti oggi in turismo e viticoltura in Puglia, quanti posti di lavoro potrebbero generare, quanto più difendibile sarebbe quel mercato? Io direi molto di più. Quei miliardi a mio avviso sono investiti nella direzione sbagliata.

Voglio andare oltre, rendere ancora più forte e più chiaro il concetto. Dal 2008 in poi la cassa integrazione e gli investimenti per difendere l’esistente nella maggior parte dei casi sono un errore, e per delle ragioni molto pratiche: funzionano per superare momenti di crisi momentanea di un’economia, per preservare il tessuto produttivo di una nazione in attesa della inevitabile ripresa. Non funzionano per gestire il declino strutturale di uno o molti settore industriali, come e’ sempre stato fatto in Italia. Aiutano a preservare il passato per il futuro, non a gestire il cambiamento; nel cambiamento sono addirittura controproducenti, levano risorse li dove renderanno in futuro impegnandole li dove non renderanno mai più, e ritardano il momento delle decisioni dolorose ed inevitabili. Non c’e’ ideologia o cinismo in quello che dico, c’e’ solo buon senso e lucidità, doti che sembrano scarseggiare al momento in Italia. O più semplicemente, doti che non aiutano a vincere le elezioni.

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