Corsi e ricorsi storici: siamo tutti terroni per qualcun altro prima o poi

di Enrico Sestini

Che bella idea! Applicare la teoria dei corsi e ricordi storici del Vico e quella della relativita’ di Einstein per valutare le conseguenze economiche e sociali dell’attuale crisi italiana. Che c’entra, direte voi. Parecchio, direi io. Purtroppo.

Incominciamo dal corso storico. Nel 1861 il Regno delle due Sicilie fu annesso dai piemontesi, portando alla nascita del Regno d’Italia. A quei tempi il Regno delle due Sicilie non era cosi male come ce l’hanno sempre raccontato. Al di la’ di tutti i suoi limiti che già conosciamo, era comunque un regno basato su una agricoltura molto ricca. Era un regno aperto al commercio mondiale grazie alla collocazione geografica ed ai molti porti. Era un regno culturalmente attivo, pacifico, erudito: tiravano a campare, lo sapevano, e non si dannavano l’anima per crescere, imporsi, svilupparsi; in confronto al resto d’Europa i contadini morivano poco di fame, il regno era poco indebitato, erano nate fabbriche che facevano prevedere uno sviluppo industiale. Pensate sia un punto di vista insolito? Nel 1861 le più popolose e ricche città italiane non si chiamavano Milano, Genova o Torino: si chiamavano Napoli, Palermo e Catania. La prima ferrovia nacque a Napoli, non a Torino, ed in Campania si sviluppò la prima industria ferroviaria, non in Piemonte. Il palazzo e la corte più ricca non si trovava alla Venaria vicino a Torino, ma alla Reggia vicino a Caserta. Eppure il Regno delle due Sicilie fu annesso dai piemontesi, ovvero da un regno militarmente aggressivo, pesantemente indebitato, culturalmente meno vivo ed economicamente meno ricco, ma nonostante questo più organizzato, più determinato e più ambizioso. Quello che successe dopo e’ storia: l’occupazione militare si trasformò in dominanza politica, le risorse economiche (ovvero gli investimenti sul territorio al netto delle imposte raccolte da quel territorio) furono progressivamente trasferite dalla periferia al centro, dove finanziarono lo sviluppo economico e l’industrializzazione del nord. Progressivamente divenne più remunerativo investire al nord piuttosto che al sud, quindi anche i capitali del sud migrarono verso il nord. Il sud d’Italia si impoveri’ e non si sviluppo’ industrialmente. Nacquero cosi i terroni come oggi li conosciamo, ovvero gli abitanti del sud d’Italia visti dal punto di vista degli abitanti del nord d’Italia. I terroni nacquero dopo l’unità d’Italia, non prima.

Ed eccoci al ricorso storico. Negli ultimi anni del ventesimo secolo l’Italia ha aderito all’Europa, ha accettato cioè di essere annessa ad una nuova entità politica sociale ed economica chiamata Comunità Europea utilizzando una moneta comune chiamata euro. Con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, simili a quelli del Regno delle due Sicilie del 1861, l’Italia del duemila era una solida realtà economica, la 7^ potenza economica mondiale e la seconda realtà industriale d’Europa. Benchè molto indebitata nel settore pubblico, era più che proporzionalmente ricca nel settore privato, e lo Stato indebitato comunque pagava tassi di interesse reali negativi, rendendo facilmente sostenibile il proprio debito (anche se poi doveva combattere quel grosso problema che si chiama inflazione). Il trasferimento di sovranità alla Comunità Europea aveva come obiettivi più percepiti la sterilizzazione della immonda classe politica italiana e la sua struttura burocratico-amministrativa, lo sfruttamento dei vantaggi di un mercato di dimensioni maggiore, l’approvvigionamento di una maggiore quantità di capitali, il controllo dell’inflazione ed il godimento di tassi di interesse contenuti. Ma nessuno in Italia si domandò, dato le regole del gioco sottoscritte, cosa sarebbe successo se nelle stanze dei bottoni avessero iniziato a dominare politici poco teneri verso i deboli, e se le varie economie avessero iniziato a marciare a velocità diverse.

Quello che e’ successo dopo ha molto a che vedere con quanto successo nel sud d’Italia a seguito dell’annessione dei piemontesi. Il potere politico e’ stato risucchiato (nei fatti) dai paesi del nord d’Europa, e le regole del gioco sono state riscritte: in particolare, si e’ deciso di sanzionare pesantemente le economie che si sviluppano troppo lentamente e non mantengono il ritmo del gruppo, senza al contempo punire in modo simmetrico le economie che si sviluppano troppo rapidamente e non mantengono il ritmo del gruppo; si e’ deciso di non finanziare gli Stati con moneta della Banca Centrale (una moneta più conveniente, che può anche non costare nulla se si vuole) il che favorisce inevitabilmente i paesi meno indebitati a danno dei paesi più indebitati; e si e’ accettato di subire dagli Stati Uniti, dalla Cina e dai paesi emergenti un rapporto di cambio dell’euro artificialmente alto, avvantaggiando i paesi esportatori con prodotti e tecnologie più competitive, a danno dei paesi esportatori con produzioni più mature e tecnologie meno competitive. Queste scelte sono state squisitamente politiche, non economiche, esattamente come nel Regno d’Italia alla fine dell’Ottocento, ed hanno determinando le stesse conseguenze a suo tempo viste nel nord e nel sud d’Italia. Da ormai un decennio si stanno accentuando gli squilibri tra le nazioni europee, e si stanno avvantaggiando alcune economie a danno di altre: come sempre, le economie dei paesi politicamente dominanti calpestano le economie dei paesi politicamente dominati.

Quali sono le regole politiche incriminate? Più o meno queste: le risorse (le imposte) vengono prelevate in modo proporzionale alla ricchezza di ciascun paese, ma distribuite (gli investimenti) in funzione della migliore utilità marginale. Si sanzionano (procedure di infrazione) i più inefficienti, facendo capire al mercato a agli investitori che in futuro si penalizzaranno sempre di più questi paesi. Si proibiscono metodi di convergenza delle economie basate su trasferimenti a favore dei più paesi piu’ inefficienti, rendendo noto al mercato e agli investitori che gli unici meccanismi di convergenza applicabili saranno quelli propri di un’economia di mercato aperta. E voi sapete quali sono questi meccanismi? Più o meno questi: le economie dei paesi più inefficienti si impoveriscono, dato che il loro capitale finanziario ed il loro capitale umano di qualità emigra verso le migliori opportunità nei paesi più efficienti; a causa della disoccupazione e dei fallimenti i salari ed il valore dei beni dei paesi inefficienti calano, facendo diminuire ulteriormente la loro ricchezza e la loro capacità di investimento futuro. Il tutto in una spirale negativa autoalimentante che alla fine trova un nuovo equilibrio quando questi paesi diventano cosi’ poveri che le loro economie tornano ad essere competitive a causa del basso prezzo delle loro risorse. Eccoci, sono nati i terroni del ventunesimo secolo, ovvero gli abitanti del sud d’Europa visti dal punto di vista degli abitanti del nord d’Europa. Il tutto all’interno di un quadro etico (ormai dominante in Europa) di tipo calvinista: e’ giusto che il piu’ debole soccomba in favore del più forte.

Albert Einstein lo avrebbe visto dal punto di vista scientifico, non politico o etico, ed avrebbe detto che e’ sempre una questione di relatività: su tanti treni in movimento, ciò che ciascun passeggero percepisce della realtà e’ influenzato non solo dalla realtà stessa, ma anche dal treno in cui si trova, dalla sua direzione e dalla sua velocità: ovvero, siamo tutti terroni per  qualcun altro, prima o poi.

E cosa ci insegna la storia? Che questi cambiamenti non sono temporanei e di breve periodo, pari ad un ciclo economico di qualche anno, ma sono cicli di lungo periodo, pari a decine di anni. Se continuiamo cosi, l’Italia e’ condannata alla povertà per decenni se non di piu’, e ci possiamo scordare il tenore di vita accumulato tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ed i nostri stipendi, ed il valore dei nostri conti correnti, che continueranno a diminuire per molti anni ancora. Cosi come siamo messi oggi, applicando le regole del mercato libero noi finiremo inevitabilmente impoveriti. E derisi: perche’ ora siamo noi i terroni dell’Europa.

Ma, politicamente parlando, ci conviene subire queste regole?

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