Blog di Enrico Sestini

Quella strada a senso unico alternato che noi chiamiamo solidarietà generazionale

La solidarietà generazionale in Italia e’ un principio universale, sacrosanto, molto usato negli ultimi 50 anni, che curiosamente applichiamo a senso unico alternato. Ovvero: una generazione lo utilizza sempre contro un’altra generazione, scaricandogli addosso le conseguenze delle proprie azioni. Poi la generazione che ne subisce le conseguenze reagisce, rispedendo al mittente il pacco dono. La tempistica di queste marree non e’ dettata dalla luna, ma dalla maggioranza dei voti: quando una generazione dispone della maggioranza in Parlamento agisce a danno delle altre generazioni. Quando va in minoranza subisce. E’ proprio una solidarietà generazionale. A senso unico alternato.

Di solito i pacchi dono hanno la forma dei debiti delle pubbliche amministrazioni e delle prestazioni pensionistiche, o della rigidità lavorativa. I contropacchi di solito hanno la forma dell’inflazione, della rimodulazione delle prestazioni pensionistiche e dei pre-pensionamenti. Vediamo come ha funzionato fino ad oggi.

Una generazione (in senso ampio) che si era fatta due guerre mondiali, un ventennio di fascismo, una ricostruzione post-bellica ed un miracolo economico si trova improvvisamente in pensione: siamo negli anni settanta. Guardandosi indietro può tranquillamente dire di aver fatto o subito grandi danni, di aver vissuto pericolosamente, di aver sofferto, ma di aver rimesso alla fine tutto in ordine : può essere orgogliosa, può finalmente riposare e godersi la pensione. La generazione dei figli però non la pensa cosi : e’ finito il tempo della crescita continua dell’economia, il mondo sta cambiando e sta passando da un modello in cui l’offerta e’ scarsa e conta saper produrre, ad un modello in cui l’offerta e’ abbondate e conta saper vendere. L’aumento della produttività italiana inizia ad essere inferiore all’aumento delle aspettative di qualità della vita degli italiani, il paese sta perdendo competitività con l’estero, lo Stato sta iniziando ad indebitarsi e a pagare interessi reali. L’immobilismo democristiano non e’ più in grado di riprogettare il paese, di rilanciare la produttività e la crescita del paese, e viene superato dal movimentismo craxiano. Che ci inguaia tutti. Invece di ripensare il paese, chi comanda inizia a ragionare su come campare bene a danno degli altri, per esempio facendo grandi debiti per finanziare la spesa corrente, per esempio garantendosi laute pensioni od un posto fisso senza troppo lavoro nel settore pubblico, magari chiudendo un occhio se gli imprenditori si dimenticano di pagare le tasse o i commercianti e professionisti si dimenticano di fare lo scontrino alla cassa (a proposito, a quei tempi non esisteva ancora). Il risultato di tutto questo e’ una gigantesca inflazione che alla fine degli anni settanta distrugge le pensioni ed i risparmi dalla generazione dei padri.

E siamo solo all’inizio. La generazione dei figli, messa alle strette, ci mette una pezza peggiore del buco stesso. Per bloccare l’inflazione, che dopo aver distrutto i risparmi dei padri sta distruggendo anche il normale funzionamento dell’economia (l’inflazione e’ come il diabete, troppo zucchero nel sangue alla fine distrugge gli organi e porta alla morte) i figli si inventano un processo deflattivo rapido, imposto dai partner europei, che viene gestito malino: i tassi di inflazione diminuiscono drasticamente, ma molto più rapidamente dei tassi di finanziamento del debito pubblico: all’inizio degli anni novanta lo Stato paga tassi reali (cioe’ al netto dell’inflazione) del 7% o 8%, una follia. Il debito  pubblico cresce ora drasticamente, ma non per finanziare lo sviluppo come negli anni sessanta o per finanziare le spese correnti come negli anni ottanta: cresce per pagare i mostruosi interessi reali sul debito. Il risultato e’ che lo Stato Italiano finisce incravattato, in mano agli strozzini. Già, perchè per controllare l’inflazione lo Stato ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, non può più creare base monetaria per finanziarsi, deve rivolgersi alle banche. Le quali misteriosamente ora non sono più pubbliche, bensi private, e per giunta ora possono creare offerta di moneta, ovvero possono creare denaro dal nulla che non gli costa quasi nulla, e prestarlo agli Stati, i quali sono costretti a rivolgersi a loro pagando tassi reali elevatissimi (si dice ‘tassi di mercato’): e’ il premio sul rischio, bellezza!

Ma questo processo si e’ attivato per una serie sfortunata di eventi, o e’ stata pianificata a tavolino da chi ci capiva di economia e ne poteva trarre vantaggio?

Comunque. La generazione dei figli, che per spegnere un incendio ha irrorato benzina, si trova ora con una situazione insostenibile tra le mani. E cosa fa? Dopo aver inguaiato i padri, decide di riversare sui propri figli (che chiameremo nipoti) le conseguenze delle proprie azioni. Si, perche’ i diritti acquisiti non si toccano. Per cui, chi ha un posto di lavoro fisso ha diritto a tenerlo, e se mancano i soldi c’e’ la cassa integrazione; chi ha un posto di lavoro precario invece si attacca al tram. Chi ha un posto di lavoro pubblico può stare tranquillo, mica si deve ammazzare di lavoro come nel privato per guadagnarsi lo stipendio: sarà comunque pagato. Chi va in pensione lo farà con il metodo retributivo, in pratica verrà pagato indipendentemente da quanti contributi ha versato, mentre i nipoti andranno in pensione con il metodo contributivo, e riceveranno la pensione solo in funzione dei contributi versati. Se mancano i contributi per andare in pensione basta allungare l’età lavorativa, in pratica far lavorare (e guadagnare) chi il lavoro ce l’ha, mentre i nipoti possono fare i disoccupati, dato che posti di lavoro liberi non ci sono. Se lo Stato rischia il default, mica lo si dichiara, danneggerebbe gli italiani (per lo meno quelli che hanno messo da parte risparmi) e le banche (che trovano più remunerativo finanziare gli Stati al posto della aziende). La soluzione migliore per lo Stato e’ pagare interessi insostenibili e salvare le banche : e’ pura eresia lasciarle fallire e nello stesso istante farle rinascere come istituti pubblici -come erano fino a venti anni prima- mantenendo la loro operatività come il giorno precedente il default; e se non e’ pura eresia e’ troppo rischioso, non e’ pratico, non e’ giusto, e’ antistorico, o e’ un pensiero troppo ideologico. E per concludere, ai vertici delle società e delle istituzioni ci sono sesantenni, li dove all’estero ci sono quarantenni (perche’ l’esperienza conta più dell’energia); e si fa carriera solo per amicizia e nepotismo (alla faccia dei nipoti), non per capacità personali ed idee.

E i nipoti che fanno? In attesa di avere la maggioranza in Parlamento e di votare che i diritti acquisiti si possono toccare, stanno a casa dei genitori, non si sposano perche non se lo possono permettere, fanno pochi figli (quindi non si garantiscono chi pagherà loro la pensione) e si sentono dare del bamboccione in televisione.

I miti veri o falsi del debito pubblico italiano

Il problema dell’elevato debito pubblico italiano non e’ tanto la spesa pubblica primaria (l’erogazione di servizi da parte dello Stato), mediamente inferiore a quella dei principali paesi europei. I problemi veri sono altri tre:

– I tassi di interesse troppo elevati sul debito pubblico italiano
– L’inadeguata raccolta fiscale, che ha generato disavanzo coperto da nuovo debito
– L’inefficienza della spesa pubblica italiana, che non ha generato abbastanza Pil per ripagare gli interessi sul debito generato

Oggi il debito pubblico italiano e’ formato prevalentemente di interessi sul debito che sono stati ripagati facendo altro debito; e questo ha generato nuovi interessi ad un tasso superiore alla nostra capacità di ripagarli, quindi il debito ha continuato ad aumentare. Quello che ci ha azzoppato sono gli interessi reali pagati negli anni ’90 (quando si e’ domata l’inflazione), interessi  reali che hanno raggiunto anche il tasso dell’8%. Negli anni ’70 (quelli dell’inflazione sfrenata) erano invece negativi, ovvero lo Stato nella realtà non pagava interessi. Oggi paghiamo un interesse reale del 3%, troppo elavato per un Paese che possiede ricchezze superiori ai propri debiti; soprattutto considerando che i Paesi nella nostra stessa situazione, e nostri concorrenti, pagano interessi reali praticamente nulli. Ed un terzo degli interessi vanno all’estero, un’emorragia da 25 miliardi di euro all’anno che non ci possiamo permettere (fino agli anni ’90 il debito pubblico italiano in mano a stranieri era praticamente nullo).

Oggi il debito pubblico italiano e’ formato di entrate fiscali inadeguate, a causa dell’elevata evasione fiscale di alcune categorie sociali, ovvero tutte quelle che non subiscono una ritenuta alla fonte.

Oggi il debito pubblico italiano e’ formato di spesa pubblica inefficiente, troppo spesso erogata per tirare a campare o far campare gli amici o far campare i propri elettori.

Quindi possiamo tagliare finche’ vogliamo i capitoli di spesa pubblica primaria e non risolveremo comunque il problema. Dobbiamo prima intervenire sui tassi di interesse, troppo elevati; sull’evasione fiscale di alcune categorire sociali; sui bassi investimenti pubblici produttivi e sull’inefficienza della spesa pubblica attuale, che non genera nuovo Pil in maniera adeguata.

L’insostenibile crescita del Pil

Il ragazzo e’ a metà di una pista da sci molto scoscesa, una nera. La visibilità e’ poca, fa molto freddo e presto nevicherà. La pista e’ al limite delle sue capacità tecniche, ed ha paura. Cerca di concentrarti e pensa a quello che ha sempre detto il maestro: non aver paura, non portare il peso indietro sulle code, non allontanarti dal pericolo, così perdi il controllo degli sci e cadi; porta il perso avanti, anche se ti sembra di precipitare, anche se il tuo spirito di conservazione ti dice di fare il contrario.

La crisi della nostra economia e’ come quella pista di sci, ed e’ nera, al limite delle nostre capacità. Se ci fossimo arrivati più preparati non avremmo paura, e la percorreremmo senza difficoltà. Se ora ci tiriamo indietro e blocchiamo gli investimenti ed i consumi ripagando il debito pubblico con il nostro patrimonio privato e pubblico siamo perduti, cadiamo e non ci rialziamo più. La soluzione e’ nel portare il peso in avanti, nel buttare il cuore oltre l’ostacolo, nel provocare un’accelerazione del Pil molto sostenuta che alimenti gli investimenti, aumenti i consumi, e generi sufficienti imposte per ripagare il debito pubblico. Con una crescita del Pil costante al 3%, come attualmente negli Stati Uniti, un’inflazione sotto controllo al 2% ed un abbassamento dei tassi di interesse sul debito pubblico intorno al 2%, come in tutti i paesi che dispongono di una moneta sovrana in questo momento, l’Italia sarebbe in grado di dimezzare e rendere sostenibile il debito pubblico in 20 anni, sarebbe in grado di rispettare il Fiscal Compact senza impoverirci e svendere il nostro patrimonio.

La crescita del Pil al 3%, questo è l’obiettivo primario, non l’austerity o l’uscita dall’Euro. E per ottenerla bisogna impostare un piano molto aggressivo, e bisogna riformare molto rapidamente la nostra società. La crescita del Pil, principalmente dell’industria e del terziario, e’ la ricetta giusta per tutte le economie occidentali in crisi a causa dell’aumento delle aspettative di vita e delle aspettative di qualità della vita. E’ la ricetta anche dei paesi emergenti, che a quegli stessi standard di qualità della vita desiderano arrivare rapidamente. E’ la ricetta anche dei paesi arretrati, che soffrono per la povertà e per l’aumento incontrollato della loro popolazione. E’ la ricetta dell’umanità dal diciannovesimo secolo in poi.

Ma tutta questa crescita e’ sostenibile? Un recente studio della Nasa dice di no, dice che tra soli 20 anni gli attuali tassi di crescita della nostra civiltà diventeranno insostenibili. Mettendo sotto osservazione cinque fattori di rischio, ovvero la popolazione, l’agricoltura, l’acqua, l’energia ed il clima, lo studio dice che siamo ad un passo dal baratro, dal far innescare un meccanismo non più controllabile, ed inesorabile, di collasso della nostra società. Ed il collasso di un ecosistema e’ sempre un fenomeno rapido, esponenziale, che si comprende solo quando ci si è dentro e non si può fare più nulla. Drammatico per noi, normale amministrazione per la natura, abituata a questo da sempre. La Terra continuerà anche senza di noi, siamo i nuovi dinosauri, con la sola differenza che l’asteroide che ci distruggerà lo abbiamo costruito con le nostre mani.

Quindi se noi italiani raggiungiamo il tanto desiderato tasso di crescita del Pil al 3% per 20 anni ripaghiamo il debito, non ci impoveriamo, ma contribuiamo insieme a tutta l’umanità ad autodistruggerci. Che bel risultato! Scendiamo con successo la pista da sci, e poi una valanga ci sommerge di neve e ci uccide. Che succeda tra soli 20 anni o tra 50 anni poco importa, noi oggi sappiamo con certezza che questo accadrà. Qui ci serve una visione d’insieme, una strategia che ci salvi.

La visione c’e’, probabilmente: trasformare la minaccia in opportunità. Se dobbiamo far crescere la nostra economia per un lungo periodo di tempo occorre che il mercato comperi prodotti e servizi italiani in maniera crescente nel tempo. E quale bisogno sarà crescente nel futuro, quale bisogno non soddisfatto già da altri nostri concorrenti crescerà con certezza, in quale business dobbiamo investire senza essere poi da questo distrutto? Il business della sostenibilità ambientale! Sarà un business fiorente, per il quale il mercato pagherà cifre crescenti, del quale non potrà fare a meno e tra 20 anni sarà centrale in tutte le economie. Sembra banale, tutti lo dicono e tutti ne parlano, la sostenibilità ambientale e’ sulla bocca di tutti ma si fa poco, forse perchè sembra lontana, forse perchè viene sempre vista come un costo. Ma e’ anche un ricavo, un grande business, e lo sarà soprattutto per quei paesi che sono dotati di competenze tecnologiche e scientifiche, di inventiva e di grande capitale umano. Chi meglio di noi?

Facciamo quindi degli esempi, solo degli esempi. La riqualificazione energetica sarà un grande business del futuro, dobbiamo imporla e finanziarla a casa nostra per andare poi a venderla in giro per il mondo. Idem per l’energia solare, che noi possediamo in grande quantità soprattutto al sud e che ci risolverebbe qualche problemino energetico, oltre che metterci in condizione di vendere un prodotto appetibile in tutto il mondo. E poi lo smaltimento dei rifiuti, la pulizia delle acque sporche, l’agricoltura povera di acqua, l’itticultura, i sistemi di controllo delle acque, i sistemi di controllo dei consumi etc. La lista e’ lunghissima.

Qual’e’ il limite del modello, e quali le raccomandazioni? Il business della sostenibilità ambientale e’ già un business oggi, ed è un business che a volte richiede grandi investimenti, al di fuori della nostra portata. Dobbiamo rimanere ai margini dei grandi investimenti, e finanziare tanti piccoli investimenti, rispettando il modello di successo del nostro paese, basato su creatività, diffusione e concretezza. Poi dobbiamo spostare gli investimenti dell’Italia dalla logica del sussidio al disoccupato e del sostentamento di mercati maturi alla logica del finanziamento della ricerca applicata all’industria ed ai servizi. Quanto renderebbero i 30 miliardi di euro necessari al reddito di cittadinanza se si riuscisse ad investirli nelle università e nelle imprese in modo produttivo, ottenendo prodotti e servizi immediatamente vendibili invece che gente al bar, sterili studi o macchinari non utilizzati? Questa è la vera frontiera, quello su cui dobbiamo concentrarci.

A proposito di Fiscal Compact

Non sono contrario al Fiscal Compact a priori. In fondo sancisce un principio giusto, il principio che dobbiamo ripagare in fretta un grosso debito, per non lasciarlo in mano ai nostri figli aumentato dagli interessi che li strangolerebbero definitivamente. Il principio e’ giusto e condivisibile, farei lo stesso se riguardasse la mia famiglia. Sono contrario al Fiscal Compact a causa di chi ce lo impone, e per il modo in cui ci chiede di onorarlo. In fondo, noi potremmo onorare il Fiscal Compact se si verificassero certe condizioni più favorevoli, e onorandolo salveremmo la nostra economia ed il futuro dei nostri figli.

Il Fiscal Compact e’ quel trattato europeo, accettato e controfirmato dal nostro Parlamento, che ci impone di riportare il rapporto deficit/pil dall’attuale 134% al 60% in venti anni. Entra in vigore nel 2015, anno in cui e’ al momento è previsto un +2,6% di incremento di tale rapporto, rapporto che dovrebbe essere immediatamente portato intorno al -3%. Per farlo, senza entrare troppo nei tecnicismi alquanto complessi del meccanismo occorre fare una manovra di correzione dei conti pubblici dai 30 ai 50 miliardi di euro stabile per 20 anni. Una enormità, una follia. Per realizzare la manovra occorrerebbe imporre una gigantesca patrimoniale, licenziare a piene mani nel settore pubblico, svendere tutti i pezzi pregiati della nostra economia a chi ha capitali da investire, bloccare tutti gli investimenti pubblici. Ovvero strangolare la nostra economia, avvitandola definitivamente in una spirale recessiva ed autodistruttiva.

Messa in questo modo non abbiamo alternativa, dobbiamo denunciare il trattato e non onorarlo, con tutte le conseguenze del caso: procedura di infrazione europea, penali astronomiche non onorabili, fuoriuscita dall’Unione Europea, crisi nera. Eppure il principio del Fiscal Compact e’ giusto. Sarebbe bello poterlo onorarlo. Ma e’ possibile farlo senza inguaiarsi e senza impoverirsi? Si! Per capire come farlo, occorre partire dall’inizio, da chi ce lo impone e perche’. Ovvero dalla posizione della Germania.

Una prima teoria rileva che la Germania è la principale beneficiaria del Fiscal Compact, e per questo vuole imporlo. Un elevato debito pubblico italiano, se inserito in una Unione Europea completa e solidale costringerebbe la Germania ad onorarlo in caso di nostro default nella misura del 27%, e non ha intenzione di farlo. Inoltre, imponendo il Fiscal Compact indebolisce la nostra economia, ovvero la sua maggiore concorrente industriale in Europa. Per finire, realizzando il Fiscal Compact la Germania si mette in condizione di comperare i pezzi pregiati della nostra economia. Un trionfo. Una guerra vinta senza il bisogno delle armi, la sublimazione della politica, il perfezionamento della teoria di Von Clausewitz (con due guerre mondiali la Germania aveva provato a dimostrare che ‘la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi‘; dopo due fallimenti sta lavorando per dimostrare che ‘la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi’ e sembra che ci stia riuscendo). Siamo entrati in Europa claudicanti, con una economia indebitata e affannata, ma ancora forte. Abbiamo sperato che ci aiutassero a risanarla, o forse abbiamo sperato che ci permettessero di continuare a vivere sopra le nostre possibilità. Invece la Germania ci ha azzoppato, imponendo una Banca Centrale Europea che non finanzia gli Stati e che li costringe a pagare altissimi interessi alle banche, interessi che strangolano l’economia, ed ha inibito la possibilità di generare una modesta inflazione che ripianasse senza esborsi il debito pubblico. Poi ha imposto un euro forte, che arricchisce la sua economia molto competitiva ma impoverisce la nostra, meno competitiva. Il danno e la beffa, insomma.

Una seconda teoria rileva che la Germania impone a noi la stessa cura che ha imposto a se stessa, in modo equo. Ci moralizza, ci mette di fronte alle nostre responsabilità prima che sia troppo tardi. Ci costringe ad agire con la diligenza del buon padre di famiglia. Ci costringe a pensare al futuro dei nostri figli. Applica a noi le stesse regole calviniste e newtoniane che applica a casa sua, secondo le quali e’ giusto che il debole soccomba per lasciare spazio al più forte, per rendere di nuovo competitiva l’Europa nei confronti della Cina, degli Stati Uniti, del resto del mondo.

Ciascuno di noi può spaziare tra queste due visioni alternative, legittimamente. Il bello e’ che possiamo scoprire quale delle due sia quella vera, e contemporaneamente provare a rispettare il Fiscal Compact per salvare il futuro dei nostri figli. Come? Seguitemi.

Nessuno ne parla, ma in verità ci sarebbe un altro modo per rispettare il Fiscal Compact, rientrare del debito, accrescere la nostra economia e non svendere il nostro patrimonio. Fidatevi quando vi dico che al momento, per rispettare il Fiscal Compact occorrerebbe un avanzo primario del settore pubblico del 4,5%, contro il 2,5% attuale (ovvero 30 miliardi di euro). E che poi ne servirebbero almeno altrettanti per far ripartire la nostra economia. Fidatevi quando vi dico che questi soldi magicamente apparirebbero se il Pil italiano crescesse regolarmente del 3%, l’inflazione fosse sempre compresa tra il 2% ed il 3%, ed i tassi di interesse sul debito pubblico fossero intorno al 2%, comunque in linea con l’inflazione. Investendo bene il tesoretto potremmo risanare la nostra economia e la nostra società, ripagare metà del nostro debito pubblico in 20 anni, rispettare il Fiscal Compact e salvare il futuro dei nostri figli.

Bene, direte voi. Ma l’economia dell’Italia non cresce ad un tasso del 3% dal tempo del dopoguerra, come si fa? Il bello e’ che e’ possibile, se la Germania ci apre il suo ricco mercato interno. Il bello e’ che la Germania controlla nei fatti le chiavi della Banca Centrale Europea, quindi controlla il tasso di interesse sul debito pubblico, il tasso di inflazione ed il tasso di cambio dell’euro (che a sua volta determina la competitività delle merci italiane all’estero). Il bello e’ che se la Germania vuole ci tira fuori dai guai; se non vuole, ci ha dato una risposta definitiva sulla sua natura storica e sul destino dell’Europa.

Cosa dobbiamo fare, quindi? Andare in Europa con determinazione e posizione negoziale dura, chiedendo la monetizzazione della metà del nostro debito pubblico; procedure di infrazione molto onerose per i paesi europei che detengono surplus commerciali nei confronti degli altri paesi europei; il ripianamento dei saldi Target 2 in 5 anni esclusivamente con merci dei paesi debitori, pena la perdita di tali saldi; una potente ed immediata svalutazione dell’euro. In cambio dovremmo offrire un rigido controllo dei prezzi per non sforare il tasso di inflazione del 2% o 3%, e serie politiche di miglioramento della nostra economia e del funzionamento della nostra società. Se la Germania accetta ottiene il risanamento della terza economia europea a costo zero. Se rifiuta chiarisce in via definitiva la sua vera natura. Con tutte le conseguenze del caso.

La monetizzazione del debito pubblico, questa sconosciuta

Quando si parla di monetizzazione del debito pubblico tutti pensano a fiumi di denaro che si riversano sull’economia, all’inflazione, allo Stato che stampa moneta e finanzia i propri vizi, dalla spesa pubblica inutile alle clientele. Nulla di tutto questo: quando si parla di monetizzazione del debito pubblico oggi si intende solo minore costo degli interessi sul debito pubblico, nulla di più o di meno. E vi sembra poco? Parliamo di una cifra compresa tra 30 e 50 miliardi di euro ogni anno per l’Italia, almeno la metà degli interessi pagati sul debito pubblico, un’enormità.

La monetizzazione del debito pubblico, cosi come viene praticata oggi, significa creazione di base monetaria da parte della Banca Centrale (Europea) a fronte dell’acquisto sul mercato secondario di titoli di stato (italiani). Il che determina un incremento del loro prezzo, in quanto sono più richiesti, ed un conseguente abbassamento degli interessi pagati: che e’ l’unica cosa che conta. La paura di aumento incontrollato dell’offerta di moneta e di conseguente inflazione infatti è nullo ad oggi, come tutti i principali economisti sostengono: la base monetaria rappresenta infatti meno del 10% dell’offerta di moneta, e la base monetaria non determina più l’offerta di moneta attraverso il meccanismo della riserva obbligatoria e del moltiplicatore del credito. L’offerta di moneta, ed il rischio che un suo aumento determini inflazione invece che piena occupazione è oggi determinata dalla quantità e dalla qualità della domanda di moneta, ovvero dalla richiesta di prestiti da parte delle aziende privati e Stati per investimenti e consumi, e dalla capacità di trasformare la moneta in nuovi beni invece che in maggiori prezzi dei beni esistenti. Se non ci sono opportunità di business per le imprese, se non ci sono aspettative rosee che inducono al consumo privato, se viene proibito agli Stati di spendere non c’e’ domanda di moneta, quindi le banche non creano moneta bancaria (il 90% del totale dell’offerta di moneta) ed il problema dell’inflazione non si pone. La restante parte dell’offerta di moneta, quel 10% rappresentato dalla base monetaria creata dalle Banche Centrali e’ oggi ininfluente, le Banche Centrali possono creare base monetaria senza paura, con unico effetto di diminuire il costo del debito dello Stato. E’ questo che gli economisti intendono quando dicono che ‘il cavallo non beve più’, ‘non puoi spingere una corda’, ‘siamo nella trappola della liquidità’.

Non stiamo parlando di teoria, ma di fatti concreti. Gli Stati Uniti seguendo questa logica hanno creato oltre 3.000 miliardi di dollari di base monetaria, hanno contenuto l’inflazione al 2% ed hanno abbassato il costo del debito pubblico americano al 2%, quindi il costo reale del debito pubblico americano e’ sostanzialmente nullo. Con i risparmi hanno finanziato l’economia, che oggi cresce ad un tasso del 3%, rendendo l’enorme debito pubblico più che sostenibile dato che il Pil cresce del 3%, e quindi le imposte con cui ripagare il debito crescono del 3%, mentre gli interessi da pagare sono il 2% del debito; e stanno iniziando a cancellare una parte della base monetaria ormai non più necessaria (il ‘tapering’). Gli inglesi si sono ben guardati da entrare nell’euro ed hanno monetizzato il debito pubblico. I giapponesi, visto i risultati americani si sono accodati e stanno facendo la stessa cosa. I cinesi, i russi, i brasiliani etc. quasi certamente fanno la stessa cosa; il dubbio e’ solo formale, visto che non sono obbligati a comunicarlo. Gli unici a non farlo siamo noi europei. A causa della Banca Centrale Europea, installata a Francoforte in Germania, guidata nei fatti dalla linea di pensiero della Banca Centrale Tedesca di Weidmann, che ha un costo reale del debito pubblico praticamente nullo, che sembra ben contenta di rifiutare all’Italia quelle decine di miliardi di euro indispensabili a rilanciare la crescita del Pil ed a rendere sostenibile il proprio debito pubblico, che condanna l’Italia a pagare ogni giorno un astronomico 3% di interesse reale alle banche. La domanda da porsi é:  perchè?

I play-off della crisi

Quali sono le cause principali della crisi italiana? Propongo un girone ad eliminazione diretta per vedere chi vince la gara. Per iniziare, invitiamo i maggiori indiziati:

  1. la globalizzazione
  2. l’euro
  3. il debito pubblico italiano
  4. l’alto costo dell’energia
  5. l’invecchiamento della popolazione
  6. la criminalità organizzata
  7. l’evasione fiscale
  8. la cattiva politica
  9. l’individualismo degli italiani
  10. la bassa capitalizzazione delle imprese private italiane
  11. la rigidità del mondo del lavoro
  12. l’inefficienza ed immobilità delle amministrazioni pubbliche e delle aziende pubbliche
  13. l’inefficienza del sistema bancario e finanziario
  14. l’inefficienza della burocrazia
  15. l’inefficienza del nepotismo e dei sistemi clientelari
  16. l’inefficienza  del sistema giudiziario
  17. la scarsa meritocrazia
  18. la scarsa concorrenza

Dopo rapidi colloqui gli ultimi dieci indiziati, ovvero la cattiva politica, l’individualismo degli italiani, la bassa capitalizzazione delle imprese private italiane, la rigidità del mondo del lavoro, l’inefficienza ed immobilità delle amministrazioni pubbliche e delle aziende pubbliche, l’inefficienza del sistema bancario e finanziario, l’inefficienza della burocrazia, l’inefficienza del nepotismo e dei sistemi clientelari, l’inefficienza del sistema giudiziario, la scarsa meritocrazia, la scarsa concorrenza, vengono raccolti in una sola squadra che chiamiamo la minore produttività del sistema sociale ed economico italiano. Sono varie facce della stessa medaglia, dello stesso sistema; il loro caposquadra e’ la cattiva politica, e’ questa che indirizza e definisce le regole, e’ questa che influenza, limita o ingigantisce le altre cause. Teniamo fuori da questa squadra la criminalità organizzata e l’evasione fiscale perche’ sono fenomeni patologici e criminali, non sociali o economici come gli altri: sono ad un livello diverso, vanno affrontati a parte e combattuti, non discussi o accettati a denti stretti come caratteristiche proprie di un popolo o di un momento storico.

Nominiamo le quattro teste di serie :

  1. la globalizzazione
  2. l’euro
  3. il debito pubblico italiano
  4. la minore produttività del sistema sociale ed economico italiano

Nominiamo i quattro outsiders:

  1. la criminalità organizzata
  2. l’evasione fiscale
  3. l’alto costo dell’energia
  4. l’invecchiamento della popolazione

Inizia la competizione.

Le eliminatorie tra le teste di serie e gli outsiders procedono senza sorprese. La globalizzazione vince contro la criminalità organizzata, l’euro vince contro l’evasione fiscale. Questo perchè le seconde ci sono sempre state anche quando l’economia cresceva: quindi non possono essere una causa primaria della crisi, evidentemente sono una causa secondaria, un effetto moltiplicatore della crisi. ll debito pubblico vince contro la bolletta energetica in quanto ha un costo complessivo molto più ampio: del debito pubblico e della bolletta energetica vanno considerati solo il maggior costo rispetto alle altre economie, il gap competitivo. La minore produttività del sistema sociale ed economico italiano vince contro l’invecchiamento della popolazione, dato che se il sistema sociale ed economico italiano fosse stato più produttivo avrebbe sostenuto e finanziato qualsiasi invecchiamento della popolazione.

Siamo alle semifinali, e qui il confronto si fa più serrato ed appassionante :

Prima semifinale: l’euro contro il debito pubblico. L’euro ci sta strangolando, imponendo un tasso di cambio che rende poco competitive le nostre merci e imponendo un alto costo del debito pubblico, visto che dobbiamo finanziarlo attraverso le banche invece che a costo zero presso la Banca Centrale Europea. Anche il debito pubblico ci sta strangolando, destinando al pagamento degli interessi sul debito le risorse necessarie agli investimenti: senza investimenti il sistema economico non cresce e va in crisi di competitività. Ma se non ci fosse stato debito pubblico non avremmo avuto problemi con alti tassi di interesse sul debito, senza debito pubblico avremmo potuto investire di più per rendere più competitive le nostre merci all’estero, anche con elevati tassi di cambi dell’euro. Quindi il debito pubblico e’ la causa primaria e vince; l’euro e’ solo una causa secondaria, e perde la semifinale.

Seconda semifinale: la globalizzazione contro la minore produttività del sistema sociale ed economico italiano. La globalizzazione parte in vantaggio, la crisi e’ caratterizzata dall’invasione di merci a basso prezzo dall’estero che mette fuori mercato e fa chiudere le nostre aziende. Ci viene detto che i salari devono diminuire per essere competitivi con quelli degli altri paesi. La crisi ha coinciso con la caduta delle barriere doganali. I capitali lasciano l’Italia, e nessuno investe. Quindi partita chiusa? No. Immaginate due vasi comunicanti: viene rimosso la barriera tra i due vasi, e l’acqua si riversa da un vaso all’altro fino a livellarsi: cioe’ si riversa dal sistema più efficiente e produttivo a quello meno efficiente e produttivo. Ovvero, e’ la minore produttività del sistema sociale ed industriale italiano che ci ha messo in crisi quando il mondo si e’ globalizzato, non il contrario. Quindi la globalizzazione perde a sorpresa la semifinale.

Eccoci finalmente alle finali. Qual’e’ il principale responsabile della crisi economica che ci strangola, dove dovremmo intervenire per primi?

Finale per il terzo e quarto posto: l’euro contro la globalizzazione. Bella partita: sono apparsi sulla scena mondiale nello stesso momento, sono fortemente intrecciati, giocano sullo stesso campo, con le stesse regole e con gli stessi obiettivi. Chi e’ maggiormente responsabile della crisi? La globalizzazione sembra predominare, e’ un fenomeno economico molto più ampio, coinvolge le regole di tutti i sistemi economici e non solo del nostro, come l’euro. Ma l’euro può essere visto come il modo in cui noi europei interpretiamo economicamente la globalizzazione, come la affrontiamo. La globalizzazione sembra il campo e le sue regole, l’euro sembra il modo in cui giochiamo la partita della globalizzazione. Poi euro lo controlliamo, la globalizzazione no, possiamo solo accettarla o rimandarla; se l’abbiamo accettata e siamo entrati in crisi evidentemente abbiamo pensato e realizzato male l’euro. In verità però non e’ cosi, anche la globalizzazione ha delle regole cui noi abbiamo contribuito, se si e’ realizzata una globalizzazione della finanza, delle merci e dei mercati senza regole di funzionamento dei singoli mercati omogenee (il che ci ha danneggiato) e’ anche nostra responsabilità. Finisce alla pari, l’euro e la globalizzazione sono veramente due facce della stessa medaglia.

Finale per il primo e secondo posto: il debito pubblico contro la minore produttività del sistema sociale ed economico italiano. Esito scontato: e’ stata la minore produttività del sistema sociale ed industriale italiano a causare il debito, e non il contrario. Il debito pubblico e’ il risultato di decenni vissuti al di sopra delle proprie possibilità, nella convinzione che una successiva accelerazione dell’economia, ovvero una maggiore produttività, avrebbe coperto il deficit, riequilibrando il sistema. Quindi il debito pubblico perde la finale.

Ecco quindi il tabellone finale. Le cause principali della crisi italiana, secondo me,  sono nell’ordine :

  1. la minore produttività del sistema sociale ed economico italiano
  2. il debito pubblico italiano, che ne e’ stato la conseguenza
  3. l’euro e la globalizzazione, ex equo, quali detonatori della crisi

Quindi per uscire dalla crisi non dobbiamo disconoscere il debito pubblico, o uscire dall’euro, o imporre dazi e vincoli alla circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. Si, potremmo farlo ed ottenere qualche vantaggio, ma probabilmente verremmo colpiti da fenomeni di segno opposto che ridurrebbero o annullerebbero il vantaggio ottenuto; e non avremmo risolto il problema principale. Per uscire dalla crisi dobbiamo mettere mano a noi stessi, al nostro paese. La cattiva politica, l’individualismo degli italiani, la bassa capitalizzazione delle imprese private italiane, la rigidità del mondo del lavoro, l’inefficienza ed immobilità delle amministrazioni pubbliche e delle aziende pubbliche, l’inefficienza del sistema bancario e finanziario, l’inefficienza della burocrazia, l’inefficienza del nepotismo e dei sistemi clientelari, l’inefficienza del sistema giudiziario, la scarsa meritocrazia, la scarsa concorrenza, sono tutte facce della stessa medaglia, di noi stessi, se non le sistemiamo una ad una non potremo reggere il confronto con il mondo, ne oggi ne mai. Diventeremo una colonia povera, fuori dalle rotte principali, spettatori e non protagonisti. La criminalità organizzata e l’evasione fiscale poi vanno combattute sempre, non ci sarebbe bisogno di ricordarlo, ma conviene farlo comunque.

E per prima cosa bisogna mettere mano al caposquadra, alla cattiva politica, perche’ questa controlla, determina e guida tutte le altre cause italiane della crisi.

Il cambiamento di paradigmi necessario in Europa ed in Italia

E’ successo tante volte negli ultimi 25 anni, l’ho sperimentato più volte di persona: quando una grande azienda e’ in crisi profonda e non riesce a riprendersi perche il modello di business e’ stato compromesso, prima o poi arriva un nuovo management che fa questo discorso: per salvare l’azienda non basta tagliare i costi, razionalizzare i processi aziendali, identificare nuove fonti di entrate e investire su di esse; occorre rimettere in discussione le basi stesse del modo di lavorare, occorre rimettere in discussione i principi alla base del funzionamento dell’azienda stessa.

Oggi, quando sento questi discorsi all’interno di uno scenario di crisi profonda so che si e’ vicini ad una svolta, che finalmente si fa sul serio; fino a quel momento so che si chiacchiera, che non si e’ vicino ad una svolta, che non ci sono speranze per il futuro. Di solito la svolta viene annunciata con un evento o una convention dal titolo ‘Il cambiamento dei paradigmi’ o qualche cosa di simile; i sacri testi di management ad Harvard o Yale la chiamano ‘paradigm shift’ o ‘changes of paradigms’. Alla convention vengono invitati psicologi, evangelizzatori, uomini di successo o affabulatori per convincere tutti i dipendenti che il presupposto della rinascita e’ la messa in discussione dei principi su cui si e’ impostato il lavoro ed il successo passato, perche’ questi principi non funzionano più e sono diventati ostacolo all’indispensabile cambiamento. Ad una crisi strutturale del modello di business, ovvero del meccanismo attraverso il quale l’azienda guadagnava e cresceva, deve corrispondere un cambiamento radicale dei principi su cui si e’ basato il successo passato.

Questa logica si applica anche alla grande azienda che noi chiamiamo Italia.

E’ indubbio che il nostro modello di business sia in profonda crisi, che quel mix di creatività, flessibilità, duro lavoro, individualismo, scarsa disciplina di gruppo e limitata aderenza alle regole comuni non funzioni più, non faccia guadagnare, non garantisca un futuro migliore o sereno. Tralasciamo le cause della crisi, su cui il dibattito e’ ampio ed adeguatamente frammentato: colpa della globalizzazione, colpa della crescita degli standard di vita superiore alla crescita della produttività, colpa degli eccessi del liberismo capitalista, colpa dell’euro etc. La crisi e’ figlia di tutto questo, possiamo solo discutere sulle cause principali e di quelle secondarie. Segnalo solo che non sento nessun politico alzare la mano e dire che per uscirne dobbiamo cambiare radicalmente i paradigmi, e per questo sono molto preoccupato. Stiamo continuando a chiacchierare, a parlarci addosso, a perdere tempo prezioso; e il precipizio del fallimento matematicamente si avvicina.

Per cui mi sono segnato alcuni cambiamenti di paradigmi che ritengo indispensabili, alcuni principi che fino ad oggi abbiamo considerato indiscutibili e che invece secondo me vanno messi in discussione, pena il declino ed il fallimento dell’Italia come nazione e come azienda. Tre cambiamenti di paradigmi da sdoganare in Europa, e tre cambiamenti di paradigmi da sdoganare in Italia: coinvolgiamo tutti, per equità.

Cambiamento dei paradigmi in Europa :

1) Diamo per scontato che gli 80 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico che paghiamo ogni anno vadano pagati tutti. Io non ne sarei cosi sicuro, e non lo dico da debitore strangolato, lo dico da uomo di azienda. Con un’inflazione all’1% parliamo di un interesse reale del 3%, un’enormità per una nazione industrializzata e ricca di beni che fanno gola a tutto il mondo. Non c’e’ dubbio che siamo solvibili, che un creditore insoddisfatto sa dove mettere le mani per recuperare il credito, ovvero nei conti correnti dei privati e delle aziende in caso di fallimento bancario (automaticamente generato da un fallimento dello Stato Italiano) e nelle proprietà immobiliari e mobiliari attraverso una maggiore tassazione imposte dall’Europa: le ultime regole che abbiamo accettato in materia di Fiscal Compact ed Unione Bancaria che altro sono se non questo? Ce n’e’ per coprire l’intero debito pubblico italiano, per cui non ha senso pagare interessi da debitore a rischio insolvenza. E come siamo arrivati a questa situazione? Perche’ abbiamo una Banca Centrale che non può finanziare gli Stati, ma può prestare ad interessi quasi nulli alle banche che lucrano enormi interessi finanziando lo Stato Italiano. Mi starebbe bene se le banche fossero tutte italiane e tutte pubbliche, perche’ sarebbe un trasferimento da una tasca all’altra dell’Italia, non mi sta bene se le banche sono tecnicamente o sostanzialmente private e non tutte italiane, perche’ questo e’ un trasferimento immotivato di ingenti risorse, un dissanguamento ingiustificato dell’Italia. In giro per il mondo le Banche Centrali da 5 anni finanziano direttamente o indirettamente i propri Stati ad interessi vicini al tasso di inflazione, senza generare nuova inflazione e a costo reale quasi nullo, non vedo perche’ noi dobbiamo essere gli unici al mondo che accettano questa Banca Centrale e queste regole. Per intenderci, il debito pubblico ad oggi e’ composto all’80% da interessi pagati negli anni sul debito, paghiamo interessi per prendere capitali a prestito che ripagano interessi pregressi; oltre il 40% dell’intero debito attuale e’ stato generato da interessi pagati dopo la nascita dell’Euro, debito da interessi che aumenta in misura superiore alla nostra capacità di ripagare gli interessi: siamo incravattati dagli strozzini. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: monetizzazione del debito dei paesi europei in crisi fino a quando il loro tasso di inflazione reale e’ inferiore al 2% (meglio sarebbe al 3%) purche’ si conservi avanzo primario e purche’ si reinvesta i molti miliardi risparmiati in serio sviluppo economico. Le istituzioni europee possono discutere su come investire al meglio i miliardi e sul tasso di inflazione massimo che escluda qualsiasi forma di mutualizzazione del debito, non possono discutere sulla monetizzazione a queste condizioni; altrimenti sono palesemente false, mentono sapendo di mentire quando affermano che e’ una forma di mutualizzazione del debito pubblico dei paesi europei indebitati a danno dei paesi europei ricchi, dimostrano di essere al soldo di privati (i poteri forti?) che evidentemente le controllano, che impongono senza passare per l’urna regole che li arricchiscono ingiustamente.

2) Diamo per scontato che facciamo parte di una Europa rigidamente collegata da una moneta comune, quindi con economie che dovrebbero marciare alla stessa velocità, dove però le economie più forti possono correre liberamente e le economie più deboli sono obbligate a recuperare il divario, costi quel che costi. Ma chi lo ha deciso? Change of paradigm, il paradigma va cambiato: ci si trova a metà strada, le economie più deboli si ristrutturano per recuperare metà del divario, le economie più forti rallentano per colmare metà del divario, consumando di più (quindi rendendo più felici i propri cittadini), acquistando i prodotti dei paesi più deboli per aiutarli a recuperare. Non e’ un trasferimento di risorse unilaterale o un regalo, e’ una regola base della relazione tra nazioni che hanno intrapreso un cammino comune. Ad esempio, il debito di 250 miliardi della Banca Centrale Italiana verso le Banche Centrali di altri paesi europei (il saldo Target 2), debito contratto principalmente per acquistare le loro merci e per arricchirli, va saldato unicamente con merci italiane entro 5 anni, altrimenti va annullato (ed allora si che abbiamo un trasferimento unilaterale). E’ un semplice principio di simmetricità, non un regalo; e stiamo parlando di un incremento del 3% del Pil italiano per 5 anni, quello che ci serve per stare dentro il Fiscal Compact per 5 anni e per rilanciare la nostra economia.

3) Diamo per scontato che possiamo permetterci un Euro forte perche’ il paese più forte in Europa ne trae beneficio, anche se i paesi con minore competitività internazionale ne sono fortemente danneggiati. E’ una scelta equilibrata, e’ una scelta sensata? No di certo, e’ una scelta vessatoria. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: il tasso di cambio dell’euro va agganciato unicamente al contesto internazionale. Se tutte le principali economie al mondo svalutano per finanziare la propria economia e per essere competitive sui mercati esteri noi dobbiamo fare altrettanto.

Cambiamento dei paradigmi in Italia :

I tre cambiamenti di paradigma in Italia sono altrettanto pesanti, ed indispensabili per essere credibili in Europa: come si può chiedere ad altri dei cambiamenti se non si e’ pronti a cambiare per primi? Sono tre cambiamenti importanti, che vanno a toccare le ragioni più profonde della crisi della nostra società, che vanno a smascherare le nostre debolezze e meschinità come popolo, che da sole possono cambiare il corso della nostra storia.

1) Diamo per scontato che i diritti acquisiti non si toccano. Non ce lo possiamo più permettere. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: i diritti acquisiti vanno tutti ridiscussi ed allineati a principi di giustizia ed alle reali capacità dell’Italia, nell’interesse del futuro della nostra economia e nell’interesse delle generazioni che ci seguiranno. Quindi le pensioni con il sistema retributivo vanno ricalcolate con il sistema contributivo, con un livello di pensione minima per principio di solidarietà ed un livello di pensione massima per principio di co-responsabilità nell’attuale disastro da parte di chi ha guadagnato e deciso evidentemente di più nel passato. Quindi gli stipendi nella pubblica amministrazione vanno allineati alla loro produttività. Quindi la certezza e la tutela del posto di lavoro nel settore pubblico va allineata a quella del settore privato. Quindi la certezza e la tutela del posto di lavoro nel settore privato va allineata a quella dei lavoratori autonomi.

2) Diamo per scontato che lo Stato Italiano possa intervenire a sostegno di tutte le aziende e di tutti i lavoratori. Irrealistico, purtroppo. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: lo Stato Italiano deve intervenire solo nei settori trainanti nel futuro, quelli che sorreggeranno la futura economia, e incentivare o provocare il trasferimento di risorse umane e finanziarie dai settori strutturalmente in declino a quelli nascenti o in crescita. Che senso economico e strategico ha avuto finanziare la cassa integrazione di aziende che producevano tubi catodici per televisori? Nessuno; forse aveva più senso finanziare la ricerca&sviluppo e gli impianti di aziende che sviluppavano pannelli Lcd per televisori. Che senso economico e strategico ha avuto finanziare la costruzione di impianti per la lavorazione dell’alluminio in Sardegna? Nessuno. In un paese che si e’ imposto con il referendum contro il nucleare il costo più alto dell’energia al mondo non ha senso finanziare un’industria che consuma molta energia; in Sardegna, poi, che potrebbe vivere di turismo, agricoltura di qualità, itticoltura ed energia solare. Non era meglio spendere quei soldi per finanziare tanti piccoli imprenditori, una politica di trasporti e di accoglienza in sinergia con il turismo ed il commercio, una politica di ricerca&sviluppo delle fonti di energia alternative?

3) Diamo per scontato che la meritocrazia e la libera concorrenza sia un cruccio da americani e neo-liberisti. Profondamente sbagliato. Change of paradigm, il paradigma va cambiato: la meritocrazia e la libera concorrenza, nel rispetto dei principi di tutela dei settori e degli interessi comuni devono essere la base su cui si fonda il funzionamento di tutta la nostra società. Avanti chi merita per capacità ed impegno, non per familiarità, amicizia o appartenenza al gruppo. Smantellamento degli oligopoli e dei settori protetti. Ma controllo in mano allo Stato dei settori che erogano servizi comuni primari, gestiti con alti livelli di efficienza e professionalità.

Il tempo delle vacche grasse e’ finito, e la matematica della crisi soffia sul nostro collo. Per non crollare dovremo firmare prima o poi una cambiale in bianco, e sarebbe meglio firmarla a favore di un cambiamento in positivo, non di un cambiamento in negativo. Sarebbe meglio firmarla per riformare la nostra società, non per svendere il nostro patrimonio ai creditori. Sarebbe meglio firmarla all’interno di un processo democratico, non attraverso un processo antidemocratico o scarsamente democratico, come quello che va in scena da anni all’interno delle segretissime riunioni del Consiglio Europeo, dove i voti delle singole nazioni non si contano, ma si pesano.

Svalutazione competitiva ed Iva

La svalutazione competitiva di una valuta può essere simulata nei risultati aumentando l’iva : i prodotti importati hanno un prezzo finale più alto, quindi si importa di meno. I prodotti nazionali hanno un prezzo finale più alto, quindi ad un imprenditore conviene esportarli. Con i proventi lo Stato può abbassare le imposte alle imprese, rendendole più competitive nel proprio paese e all’estero. Si chiama svalutazione fiscale, e’ quello che sta facendo la Francia aumentando l’iva e nella stessa misura i crediti fiscali alle imprese.

Svantaggi : le imposte sui consumi sono regressive, colpiscono maggiormente i redditi bassi. Inoltre la svalutazione fiscale funziona se gli altri partner europei non fanno altrettanto: in questo caso i benefici si annullano.

Convergenza europea simmetrica e asimmetrica

Attualmente tutti gli aggiustamenti in Europa sono a carico dei paesi debitori, nessun aggiustamento viene chiesto ai paesi creditori. E’ una convergenza asimmetrica, mentre si dovrebbe procedere ad una convergenza simmetrica.

Ad esempio, per riequilibrare il divario di produttività tra la Germania ed il resto d’Europa ci deve essere inflazione nella prima e deflazione nella seconda. Con un’inflazione in Germania dell’1,5% e 0,5% in Italia occorrono 6 anni per riequilibrare la produttività tra i due paesi

Anni necessari per colmare il divario supponendo Zero Inflazione nella periferia

Spagna Italia
Inflazione
media
tedesca
1 2026 2020
1.2 2024 2019
1.5 2021 2018
2 2019 2017
2.5 2018 2016
3.0 2017 2015

Calcoli di Francesco Saraceno su dati Eurostat

Si dovrebbe quindi condannare la Germania ad aumentare l’inflazione del 3% in più degli altri paesi per assicurare il riequilibrio della produttività dell’Europa in 3 anni.

Sugli effetti della deflazione

La diminuzione dei prezzi medi di un paese (altrimenti detta deflazione, o aggiustamento basato sull’austerity e sulla svalutazione interna, o avvitamento di una economia) presenta delle grosse controindicazioni che oggi vediamo chiaramente in Italia.

Posta l’elevata rigidità dei salari verso il basso (ovvero tutti fanno grande resistenza se vedono il proprio stipendio diminuire), quando i prezzi scendono il salario reale aumenta, peggiorando ulteriormente la competitività delle imprese ed aumentando ulteriormente la situazione di crisi.

La deflazione aumenta il valore reale del debito pubblico, rendendolo ancora più insostenibile. I tassi di interesse reali aumentano, rendendo ancora più costoso il servizio del debito ed improbabile il suo ripianamento.

La caduta dei prezzi induce i consumatori e le aziende a rinviare gli acquisti e gli investimenti, rallentando ulteriormente l’economia.

I moltiplicatori fiscali (gli effetti sul PIL di una diminuzione della spesa pubblica) sono più elevati quando i tassi di interesse sono bassi. Oggi una diminuzione di un euro della spesa pubblica provoca una diminuzione del PIL di quasi due euro (fonte FMI).